“I Gattopardi”, di Raffaele Cantone, “secondo” Giuseppe D’Avanzo (“La Repubblica” – 12.11.10).

L’invito di Giovanni Falcone era «Impariamo a riflettere in modo sereno e “laico” sui metodi di Cosa Nostra”. I gattopardi di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo (Mondadori, pag. 285, euro 18) si muove in questo solco. Vuole riflettere sulle metamorfosi delle mafie nell’Italia di oggi, scavare nei meccanismi interni delle relazioni tra uomini d’onore e colletti bianchi. È consapevole che deve girare al largo da alcuni luoghi comuni: uno per tutti – molto resistente – indica la mafia come impegnata solo su beni illegali o al più come imprenditore violento di beni legali. Individua un modo originale per farlo.

Gianluca Di Feo, chief del desk inchieste dell’Espresso, scova e documenta storie esemplari in giro per l’Italia da Sondrio a Palermo muovendosi dal calcio alla sanità; dalla commercializzazione del latte allo smaltimento dei rifiuti; dall’Alta velocità alle Olimpiadi di Torino; dalla conquista dei municipi all’infiltrazione nella politica nazionale. Raffaele Cantone, il pubblico ministero che ha ottenuto la condanna all’ergastolo per i capi dei Casalesi e autore del fortunatissimo Solo per giustizia (Mondadori), interpreta quegli intrecci e ne dipana il filo di connessioni, significati, conseguenze.

Il dialogo tra il magistrato e il giornalista scuote qualche certezza. È vero, come ripete spesso e a ragione il governo, che questa stagione vede in difficoltà le organizzazioni criminali aggredite nei patrimoni e investite da centinaia di arresti, ma è una buona ragione per credere che “al termine della legislatura” la mafia, le mafie saranno distrutte?

Purtroppo, come dimostrano Cantone e Di Feo, non è così. Ridimensionata l’ala militare del crimine organizzato, <<si sta materializzando in Sicilia e nelle regioni meridionali un buco nero che rischia di inghiottire le migliori risorse umane e materiali del Sud. Medici, architetti, ingegneri, avvocati, commercialisti, banchieri, funzionari locali e uomini delle istituzioni vengono inglobati nel sistema di potere che ruota intorno ai clan. Una mentalità dominante, che disprezza la legalità e ha perso ogni fiducia nello Stato, li porta a pensare, a parlare, ad agire come mafiosi. Fino a renderli parte di questo tessuto criminale, con una trama di legami economici e professionali che si estende senza confini>>.  La mafia, lasciatasi alle spalle il delirio di potenza corleonese, ritorna ad essere quel che forse è sempre stata, come lucidamente ci spiegò qualche anno fa Diego Gambetta (La mafia siciliana, Einaudi, 1992). Non soltanto “industria della violenza” (Leopoldo Franchetti, 1877), ma industria che produce, promuove e vende protezione privata in un contesto dove la violenza è un mezzo piuttosto che un fine; una risorsa piuttosto che un prodotto. In questo senso i nuovi “gattopardi” – medici, architetti, ingegneri, avvocati, commercialisti … – “consumano” la protezione offerta dalla mafia per far prosperare i loro affari e in alcuni casi – in drammatica crescita – non si lasciano scappare l’opportunità di diventare membri della mafia e quindi di ottenere “la licenza” per fornire protezione piuttosto che consumarla.

«La criminalità – scrivono Cantone e Di Feo – non ha più bisogno di minacciare, oggi offre servizi apprezzati e competitivi. Dove la legge non funziona, dove le banche non danno credito, dove gli enti locali non hanno efficienza, i boss garantiscono soluzioni concrete: sentenze inappellabili, prestiti a tassi ridotti, pratiche approvate in tempi rapidi». È questa la denuncia “serena e laica” del magistrato e del giornalista: dalla convivenza si è passati alla connivenza, dall’omertà alla complicità, grazie all’accettazione di un modello mafioso condiviso da settori sempre più larghi della società meridionale.

Il libro offre decine di esempi. L’architetto capomafia che firma progetti e guida il movimento dei lavoratori cattolici. Quell’altro architetto che manda avanti una cantina con vini di grande pregio. L’avvocato che cura il destino del Palermo calcio. E, per dire, Olga Acanfora, presidente dei piccoli industriali di Napoli e guida della commissione pari opportunità della Confindustria campana. «Imprenditrice di successo, spigliata, moderna» ha una lite con un architetto: trova troppo alta la parcella di 400 mila euro per la ristrutturazione della sua azienda. Non si rivolge al tribunale civile né all’ordine degli architetti. Preferisce affidarsi a un amico, il consigliere comunale che «ha dimestichezza con i baroni della malavita». Il consigliere comunale viene ucciso – è del Pd come i giovani assassini sono del Pd – e la storia salta fuori. Con un esito sorprendente: dopo il delitto, l’architetto che non vuole ridursi la parcella, comprende la lezione, si presenta dagli emissari del boss e dimezza quel che gli è dovuto. Il presidente dei piccoli industriali ricompensa con 15 mila euro la mediazione della camorra. Ne risparmia duecentomila. Tutti contenti. Tutti perdenti perché l’imprenditrice come l’architetto si sono ficcati da soli in quel “buco nero” – appunto – da cui difficilmente verranno fuori.

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