Il magistrato antimafia: “così la camorra assaltò Parma”. Raffaele Cantone, il pubblico ministero che indagò sul boss del cemento e svelò gli interessi dei casalesi al nord, parla dell’inchiesta che fece tremare la città ducale, dell’intreccio tra imprenditoria e malavita, dei contatti con la politica.

E’ stato uno dei capitoli più inquietanti della recente storia di Parma: l’assalto della Camorra alla città, un patto di cemento tra gli imprenditori del nord e i boss casalesi, i contatti con la politica che si giustificò: “Non sapevamo chi fossero”. Raffaele Cantone, attualmente magistrato presso il Massimario della Cassazione, è l’uomo che coordinò le indagini su Pasquale Zagaria e i suoi affiliati, il pm di Napoli che scoperchiò gli interessi della Camorra al nord e che fece tremare la città ducale.  (…………….)

(Il Dott. Cantone è intervistato da ” La Repubblica”, in occasione dell’incontro avvenuto con gli studenti della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma, nel marzo 2009, ndr).

Dottore, perché la Camorra scelse Parma?

“Non credo che ci fosse una ragione specifica oltre ovviamente a quella della grande ricchezza dei possibili destinatari di interessi camorristici. Semplicemente a Parma i casalesi avevano un punto di riferimento, un imprenditore che poi è stato condannato in primo grado per associazione a delinquere di stampo camorristico, primo caso in tutto il nord Italia. Quest’uomo era legato, tramite il suo rapporto sentimentale con una donna, agli Zagaria. Era perfetto, quindi, come testa di ponte. I casalesi dovevano investire ingenti capitali e a Parma c’erano le condizioni per farlo”.

Quali erano queste condizioni?
“Come in tutto il nord a lungo c’era stata una sottovalutazione del fenomeno mafioso dovuto a un difetto di conoscenza. Non c’erano stati significativi episodi di sangue e Pasquale Zagaria poteva passare come un grosso imprenditore forse un po’ eccentrico, come ci disse il direttore della filiale di una banca che lo aveva accompagnato a Milano a fare shopping in via Montenapoleone, ma non per questo impresentabile. Nessuno ci vedeva nulla di male nell’a verlo come socio. Aveva grandi disponibilità di denaro e anche capacità e conoscenze imprenditoriali”.

Vuol dire che oltre a essere un boss tra i più sanguinari era anche un buon imprenditore?
“Abbiamo delle intercettazioni telefoniche in cui lo si sente discutere di affari, di prezzi al metro quadrato, di materiali e mano d’opera come un esperto costruttore. La Camorra dispone di una raggiera d’imprese che convengono anche al nord perché affidare a loro, magari in sub-appalto, alcuni lavori significa non avere problemi di ritardo nella consegna o di liquidità… Tutto viene fatto e consegnato velocemente, a prezzi convenienti. Queste ditte sono utili a chi non si fa troppe domande”.

Quale era l’affare in quell’occasione?
“Una delle più grosse società immobiliari di Parma è stata confiscata perché per suo tramite la Camorra aveva acquisito un terreno nel pieno centro di Milano, sul quale potevano essere edificate varie unità immobiliari. Un affare da otto milioni di euro”.

La politica che ruolo ha avuto?
“L’imprenditore, che aveva una lunga storia professionale alle spalle, poteva evidentemente vantare rapporti con le istituzioni. Era in grado di mettere in contatto, come una sorta di mediatore, i boss casalesi e i politici. L’incontro avvenne in un albergo di Roma e il politico presente lo ammise, ma spiegandoci di non sospettare chi in realtà fosse quell’uomo. La sua condotta non ha nulla di rilevante dal punto di vista giudiziario, ma è sicuramente inquietante. Credo che oggi, anche grazie a libri come Gomorra, sia più difficile dire non sapevo”.

Esiste ancora il rischio di infiltrazioni camorristiche a Parma?
“In una situazione di crisi economica come quella attuale c’è il rischio concreto, a Parma come in tutto il nord, che vi siano soggetti malavitosi con grandi disponibilità economiche che provino a fare incette di imprese, case, terreni, che scalino le società per cambiarne gli assetti. E’ necessario vigilare, non sottovalutare o minimizzare nessun segnale. La storia di Parma è in questo paradigmatica perché disegna uno scenario che è applicabile ovunque, esportabile in qualunque città abbia grandi ricchezze e scarsa attenzione ai fenomeni malavitosi. Ci insegna molto, sui meccanismi con cui la Camorra tenta di infiltrarsi e conquistare territori che fino a poco fa le erano estranei”.

(Raffaele Cantone intervistato da Stefania Parmeggiani per “La Repubblica – Parma”, 4 marzo 2009).

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