“Legalità, solo con una giustizia efficiente”. Raffaele Cantone, intervistato da Costantino D’Avanzo, 2/2009.

Le mafie occupano gli spazi vuoti lasciati dallo Stato, costruiscono consenso, fanno impresa.
Per contrastarle occorre un controllo preventivo e indipendente, prima ancora che la repressione giudiziaria.
Raffaele Cantone – oggi magistrato in Cassazione, per anni protagonista della lotta al clan dei casalesi e autore del best seller “Solo per giustizia”, non ha dubbi: per spezzare il legame tra illegalità, economia e politica abbiamo bisogno di una giustizia efficiente. A partire da quella civile.

Raffaele Cantone, per definire il fenomeno «camorra» lei ha spesso utilizzato l’immagine mitologica dell’idra dalle tante teste, richiamandone anche la capacità di costruire consenso nella società. Ma come si combatte l’idra?

Per rispondere a questa domanda è necessario partire da una considerazione che funge da premessa: la camorra, e le mafie in generale, sono sempre state viste come organizzazioni violente. In realtà, la violenza è solo uno degli aspetti che caratterizza questi gruppi ed è spesso non il fine, ma il mezzo utilizzato per raggiungere l’altro obiettivo che si prefiggono: vale a dire, creare il consenso, occupando gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, quasi atteggiandosi a sostituirlo, e soprattutto gestendo le attività economiche. Essi diventano un punto di riferimento nei territori anche per coloro che non avrebbero nulla a che vedere con la criminalità, ma che eventualmente, attraverso di loro, ottengono lavori e prebende dall’indotto collegato alla criminalità. È il consenso che si traduce poi in voti che consentono ai clan di gestire e influenzare a loro volta gli enti locali e non solo. Attraverso il controllo della burocrazia e delle istituzioni locali, questi gruppi diventano «intermediari» capaci di risolvere i problemi delle aziende, procurando a queste, se del caso, anche appalti e commesse. È con questa logica del consenso, nato dal controllo delle attività economiche e poi trasferito nell’ambito delle istituzioni e della politica, che la camorra crea un legame sempre più forte con il territorio.

E in che modo si spezza questo legame?

Serve una risposta articolata, che non può fare a meno di una repressione efficace, ma che deve preoccuparsi di spezzare definitivamente il legame che le mafie intrecciano con l’impresa e con la politica. In quest’ottica è indispensabile rinforzare il controllo sugli enti locali, sul funzionamento dei subappalti pubblici che lasciano ai camorristi scappatoie per aggirare eventuali verifiche, rilanciare il ruolo di «controllo» della certificazione anti-mafia, evitare che gli enti locali gestiscano l’aggiudicazione delle gare, prevedendo la stazione unica appaltante. Infine, un ruolo strategico va riservato all’utilizzo dei beni confiscati che, da un lato, drenano ricchezza all’organizzazione mafiosa e, dall’altro, assumono una funzione simbolica: lo Stato si appropria dei beni della camorra per dare lavoro. Il tutto ovviamente senza dimenticare l’importanza che può avere la scuola nella creazione dei modelli educativi.

Recentemente, a proposito dell’affaire Cosentino, ha parlato di «rapporti incestuosi di una parte dell’economia campana (ma probabilmente non solo) ora con la politica ora con la camorra». In che modo la politica può preservare l’esercizio delle funzioni pubbliche da questa forma di inquinamento?

Si tratta di un problema, purtroppo, centrale e che è collegato anche al tema dei rapporti con la criminalità. Una politica che si occupa di affari, che si «sporca le mani» nel gestire direttamente le attività economiche, crea le condizioni per una sua pericolosa permeabilità. In questo senso, io credo che il grande entusiasmo che in passato c’era stato per le società miste andrebbe rivisto; il politico che entra nel consiglio di amministrazione di una società mista e direttamente deve preoccuparsi del funzionamento della struttura operativa tradisce il suo ruolo, rischia di doversi muovere in logiche imprenditoriali, dimenticando il fine pubblico che l’ente cui appartiene deve perseguire. Si creano legami pericolosi che in molti casi trasformano la permeabilità in corruttela. E poi l’impresa privata, soprattutto in alcune arre del Paese, può diventare il cavallo di troia attraverso il quale le organizzazioni criminali, sempre più interessate all’economia, possono insinuarsi. E allora bisogna ripristinare una parola che sembra passata di moda: il «controllo» che sia il più possibile preventivo e indipendente; quello successivo giudiziario, oltre a essere eventuale e spesso casuale, arriva comunque in ritardo, quando ormai i giochi sono fatti.

Processo breve, tempi di prescrizione, DDL intercettazioni, riforma della procedura penale. Al dì là del giudizio sulle motivazioni politiche di questi provvedimenti, quali ricadute concrete ritiene possano avere sulla lotta quotidiana alla criminalità organizzata?

Le riforme della giustizia devono avere un unico obiettivo: l’efficienza di un sistema ormai allo sfascio. L’efficienza che non deve riguardare solo la giustizia penale, ma anche (e direi soprattutto) quella civile. L’incapacità cronica di dare risposte ai cittadini e agli imprenditori diventa l’alibi per utilizzare le scorciatoie anche di rivolgersi anche alla criminalità organizzata. Nei territori meridionali il recupero dei crediti, ad esempio, rischia di diventare monopolio delle organizzazioni criminali, più che materia di interesse degli avvocati. Non mi sembra che l’efficienza sia uno degli obiettivi prioritari perseguiti dalla legislazione in atto e in itinere. Anzi, molte modifiche sembrano motivate dall’obiettivo, più o meno recondito, di rendere i processi più farraginosi e i controlli giurisdizionali sicuramente meno efficaci.

(“Legalità, solo con una giustizia efficiente” – Costantino D’Avanzo intervista il Dott. Raffaele Cantone per “Treseizero”, 2/2009).

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