“L’immoralità del mercato in Parlamento” – Raffaele Cantone, “Il Mattino” di Napoli, edizione nazionale di lunedì 13 dicembre 2010 (dalla “prima” alla pagina 16). Illuminante, come sempre.

Domani, dopo una lunga attesa, le Camere voteranno sulle mozioni di sfiducia al governo Berlusconi, il cui esito sarà deciso da minime differenze numeriche. Saranno, infatti, determinanti i voti di quei parlamentari che hanno lasciato o lasceranno i propri gruppi di appartenenza per collocarsi nello schieramento opposto. Su questi mutamenti di casacca politica è in corso una polemica durissima fra i partiti; si parla apertamente di «calciomercato» o persino di «mercato delle vacche» per intendere che le scelte non sarebbero conseguenti a legittimi mutamenti di opinione ma a vere e proprie promesse, non solo di posti di governo o sottogoverno ma persino di somme di denaro o di altre utilità. Su questo aspetto è stata anche presentata una denuncia alla Procura di Roma, perché venga accertato ciò che sta accadendo in Parlamento. Si tratta di uno spettacolo certamente molto poco edificante che, secondo qualcuno, sarebbe non molto diverso da ciò che avvenne durante la legislatura 1996-2001, quando, caduto il governo Prodi, il successivo si formò grazie ai voti di soggetti fuoriusciti dall’opposto schieramento, alcuni dei quali vennero gratificati anche di incarichi di governo e sottogoverno. La domanda che molti pongono ai conoscitori del diritto è se queste promesse o dazioni di denaro e/o prebende per cambiare gruppo parlamentare integri un reato. La risposta non è purtroppo semplice e non può essere data con un sì o un no e ciò per ragioni che cercherò di chiarire senza scendere troppo nei tecnicismi da «azzeccagarbugli». Sicuramente non vi è nessuna norma che sanziona questo specifico comportamento; la legge italiana regola in modo molto dettagliato la fase della campagna elettorale prevedendo numerosi reati che hanno come obiettivo quello di evitare interferenze e pressioni nella fase in cui si forma il consenso.
Basterebbe qui ricordare i reati – in verità molto poco applicati ma severamente punti – di voto di scambio, di cosiddetta concussione elettorale o di dazioni di denaro, generi alimentari e donativi. Non vi sono leggi ad hoc per la fase successiva, quando cioè il candidato abbia raggiunto la carica per la quale si è proposto; ciò – nelle intenzioni del legislatore – ha una sua logica; l’eletto assume un ruolo pubblico e può essere chiamato a rispondere dei reati tipici dei pubblici ufficiali (e cioè peculato, corruzione, concussione etc). Il reato che punisce il mercanteggiamento di funzioni è la corruzione e a questa fattispecie bisogna riferirsi per capire se chi cambia schieramento in cambio di qualcosa può essere punito, ovviamente in uno a colui che offre l’utilità. Il nostro sistema penale, ancorato ad una visione ormai arcaica delle attività amministrative, non sanziona la mera messa a disposizione del proprio ruolo pubblico in cambio di elargizioni ma richiede qualcosa di più, e cioè che le prebende siano collegate al compimento di un atto. La giurisprudenza, sensibile ai mutamenti sociali più del legislatore, negli ultimi anni ha interpretato in modo ampio il concetto di atto facendovi, ad esempio, rientrare le dimissioni da consigliere comunale, finalizzate alla caduta di un sindaco in cambio di dazioni economiche; resta comunque indispensabile un’attività che non mi sembra possa essere individuata soltanto nel mero mutamento del gruppo politico. È, quindi, alquanto difficile ipotizzare la corruzione nell’ipotesi di cui si discute a meno di non essere in grado di provare che dazioni e promesse più che a far cambiare partito siano finalizzate soltanto a votare uno specifico provvedimento, nel caso in esame la mozione di sfiducia.

La vicenda comunque si concluderà non potrà essere facilmente dimenticata proprio per il grande clamore manifestato. È indispensabile un intervento legislativo, del resto da tempo auspicato dagli studiosi dei fenomeni della corruzione con la creazione di un reato che punisca il mercanteggiamento delle funzioni e che, presente in tanti stati europei, viene chiamato «traffico di influenze».
È necessario un reato di tal tipo sia perché da anni ci viene imposto da una convenzione europea firmata dall’Italia e mai attuata (verrebbe da chiedersi retoricamente il perché) sia per evitare incredibili disparità di trattamento, contrarie quantomeno alle regole di buon senso, di vedere punito l’impiegato che accetta una mazzetta al limite di pochi euro per velocizzare una pratica e non il parlamentare che mortificando il mandato elettorale vende a suon di milioni la propria dignità ed il proprio ruolo.

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