“Lo schiaffo ingiusto al sistema giustizia”: Raffaele Cantone, ne “L’analisi”, su “Il Mattino” di Napoli, edizione nazionale di venerdì 31.12.10.

Dopo oltre tre anni dall’arresto in Brasile ed una lunghissima querelle internazionale, pare certo che Cesare Battisti, leader di un gruppo terroristico della estrema sinistra (i PAC, proletari armati per il comunismo), condannato con sentenza definitiva in Italia a quattro ergastoli per omicidi e numerosi altri reati e latitante da anni non sconterà da noi la sua pena e sarà, probabilmente, a breve anche liberato dopo la detenzione per la condanna a lui inflitta per possesso di documenti falsi.


Il Presidente del Brasile, Lula da Silva, infatti, secondo fonti giornalistiche locali considerate molto attendibili, starebbe per negare l’estradizione in Italia, malgrado una deliberazione di segno opposto dell’Alta Corte brasiliana (una sorta di Corte di Cassazione). Si tratterebbe dell’ultimo atto, dal rilevante peso politico, del Presidente che dal primo gennaio prossimo lascerà la carica alla neo eletta Dilma Rousseff.
È un provvedimento che ancor prima di essere adottato, sta scatenando polemiche sul piano politico e diplomatico e nell’opinione pubblica; le vicende connesse ai reati di Battisti, per quanto commessi negli anni 70, appaiono tutt’altro che dimenticate.
Basterebbe leggere o ascoltare la dolorosa, ma pacata, presa di posizione di Alberto Torreggiani; si tratta di una persona che a seguito di un episodio delittuoso ascritto, secondo le sentenze, allo stesso Battisti, non solo ha visto morire il padre, (gioielliere ritenuto «reo» di avere sparato nel corso di una rapina ad un malvivente), ma è rimasto egli stesso gravemente ferito tanto da essere costretto su una sedia a rotelle perché colpito da un proiettile vagante. Ma al di là del doveroso rispetto per Torreggiani e per le altre vittime del terrorismo, il cui dolore e le cui ragioni sono troppo spesso sottovalutate, ciò che va rimarcato sono anche le motivazioni attraverso cui sta per giungersi al diniego dell’estradizione.
Il presidente Lula si avvierebbe a concedere a Battisti lo status di rifugiato politico, evidenziando, fra l’altro, timori per l’incolumità fisica del detenuto qualora tradotto nelle prigioni italiane. «Rifugiato politico» è una parola politicamente pesante; nel linguaggio del diritto internazionale è colui che è perseguitato nel suo paese ed al quale va quindi riconosciuto, in base a norme internazionali patrizie e consuetudinarie, il diritto di asilo.
Tradotto quanto sta avvenendo in termini più crudi, il Presidente uscente di una democrazia, in grande sviluppo economico, ma molto giovane (non essendo lontanissime nel tempo le esperienze di regimi dittatoriali) e con un sistema giudiziario non certo ritenuto fra i più efficienti e garantisti al mondo, esprime un giudizio chiaramente negativo sulla giustizia italiana – che non avrebbe assicurato i diritti di difesa minimi al terrorista – e sul sistema penitenziario, non in grado di assicurare condizioni di detenzione civili.
È una valutazione ingiusta che contraddice la realtà; il sistema giudiziario italiano, per tanti versi poco efficiente e farraginoso, è, però, certamente uno dei più garantisti fra quelli occidentali; non solo prevede tre gradi di giudizio, con ampie facoltà di difesa, ma consente agli imputati di richiedere, anche dopo il passaggio in giudicato della sentenza, la revisione della condanna qualora sopravvengano elementi a sostegno di una diversa ricostruzione dei fatti.
Battisti, che pure ha ricevuto un regolare processo in contumacia, avrebbe quindi tutti gli strumenti per far valere le ragioni della sua eventuale innocenza!
Il sistema penitenziario è allo stesso modo particolarmente attento alle ragioni dei detenuti e, secondo alcuni osservatori, persino troppo prodigo di benefici per essi; forse il presidente brasiliano non sa che quasi tutti i terroristi condannati, anche all’ergastolo, per reati gravissimi sono già liberi, avendo potuto beneficiare dei vari istituti che prevedono la possibilità di accorciare le pene. A solo titolo esemplificativo, Senzani o Morucci, esponenti del terrorismo cosiddetto di sinistra o Mambro e Fioravanti, leader di quello cosiddetto di destra (questi ultimi condannati per uno dei più odiosi delitti mai commessi e cioè la strage della Stazione di Bologna) malgrado gli ergastoli hanno riottenuto la libertà, comportandosi correttamente nelle strutture carcerarie e dimostrando di avere definitivamente reciso ogni legame con gli ambienti di provenienza.

Ma accanto alle considerazioni fatte c’è anche una domanda che sorge spontanea.


La continua delegittimazione della magistratura e dei magistrati – additati come iper politicizzati, inaffidabili e, persino, mentalmente deviati – non solo nell’ambito del dibattito politico nazionale ma spesso a margine di importanti consessi internazionali, non può alla lunga alimentare un’idea sbagliata del nostro sistema giudiziario e, a prescindere dall’intenzione di chi l’alimenta, non può poi essere utilizzata da coloro che – per le ragioni più disparate – anche all’estero possono avere interesse a guardare con pregiudizio alla giustizia italiana?

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