“L’on. Camorra e il caso Conte” – Raffaele Cantone, da “Il Mattino” di Napoli edizione nazionale di sabato 12 marzo 2011, ne “Il commento”.

Ieri Il Mattino aveva in prima pagina, con un indignato commento del direttore, una notizia che merita di essere ripresa.
Una persona già consigliere regionale nella scorsa legislatura e candidato rieletto con una lista minore nello schieramento in appoggio all’attuale Presidente della Regione, malgrado una condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa ha ottenuto dal Tribunale di Napoli la riammissione in Consiglio Regionale.
Al neo deputato che nei prossimi giorni riprenderà il suo scranno nel consiglio regionale (con tutto quanto ne consegue in termini retributivi e di benefit) erano stati contestati, in base alle dichiarazioni di un pentito, rapporti con un clan cittadino e l’aver ricevuto, nella precedente consultazione elettorale, voti dal clan medesimo.
Il provvedimento del tribunale civile di Napoli, a quanto si comprende dalla lettura dei giornali, ha spiegato come il periodo di sospensione massima obbligatoria sia scaduto, perché doveva aggiungersi a quello già “scontato” durante la precedente legislatura quello maturato in questa ultima.
Premetto che non voglio assolutamente entrare nel merito della vicenda; non credo di avere le conoscenze tecniche adeguate per imbarcarmi in una discussione sulla complicatissima materia elettorale e del resto sono arciconvinto che le decisioni dei giudici vanno rispettate fino a quando esistono e non siano riformate.
Nemmeno mi sento di esprimere giudizi o critiche al neo consigliere regionale che con un’azione giudiziaria (e quindi utilizzando una corretta via istituzionale) ha ritenuto di tutelare quella che considera una sua legittima pretesa, del resto rafforzata dal sacrosanto principio della presunzione di non colpevolezza.
Resta, però, un problema enorme che, oltre ad evidenziare una falla nella legislazione sulla candidabilità dei soggetti condannati, pesa come un macigno sull’immagine dell’Amministrazione pubblica e degli stessi organismi elettivi, non solo campani.
Nei mesi scorsi si è a lungo discusso di quanto la Commissione Antimafia aveva accertato sulle ultime elezioni locali; erano emersi dagli elementi forniti dalle Prefetture (e nemmeno tutte avevano risposto) numerosissimi casi di candidati (in qualche caso anche eletti) in chiara violazione delle norme di autoregolamentazione (i cosiddetti codici deontologici) volute all’unanimità da tutti i gruppi parlamentari.
Tanti si erano lamentati (ed anche io ero stato fra questi) del fatto che la Commissione parlamentare si era limitata ad indicare genericamente numeri senza nomi.
Adesso siamo in presenza di una vicenda, in verità già a molti nota, che rende a questo punto eclatanti quelle preoccupazioni e dimostra come non un’attenta selezione sia stata fatta in sede di candidature.
I codici di autoregolamentazione, forse almeno in parte rispettati dai partiti maggiori, sono stati aggirati da qualche lista civica, i cui voti, però, sono comunque confluiti a favore del candidato alla carica di Sindaco, Presidente della Provincia o della Regione.
Forse, però, non tutti i mali vengono per nuocere; a costo di sembrare ingenuo mi auguro infatti che questa vicenda possa essere l’occasione per una reale riflessione da parte della politica sui meccanismi di selezione della cd classe dirigente.


Non credo sia retorico pretendere, se si vuole fare un vero ed efficace contrasto alle mafie ed all’illegalità diffusa, che i partiti ed i leader degli schieramenti scelgano i candidati (e gli eletti) non in base alla indiscutibilmente giusta presunzione di non colpevolezza, (istituto però dal rilievo squisitamente giuridico-penale) ma sulla scorta della certezza della loro onestà e rettitudine, assumendosene anche personalmente, pubblicamente e politicamente le responsabilità conseguenti.

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