Venerdì 25 marzo 2011 ore 10.30, Raffaele Cantone per l’iniziativa: “Il tricolore contro tutte le mafie”.

(COMUNICATO STAMPA – CONSIGLIO REGIONALE DELLA CAMPANIA)  Napoli, 23 mar – ”Il Tricolore contro tutte le mafie” e’ l’iniziativa promossa dalla presidenza del Consiglio regionale della Campania e dalla commissione regionale speciale per il controllo sulle bonifiche ambientali e sui siti di smaltimento rifiuti ed ecomafie e riutilizzo dei beni confiscati, che si terra’ venerdi’ 25 marzo, dalle 10 alle 18, nel bene confiscato ”Alberto Varone” che si trova nella strada provinciale 124 (frazione Maiano) a Sessa Aurunca. Lo riferisce una nota del Consiglio regionale.

I lavori saranno introdotti dal presidente del Consiglio regionale, Paolo Romano, e dal presidente della commissione speciale beni confiscati, Antonio Amato, e presieduti dai componenti dell’ufficio di presidenza della stessa Commissione, Mafalda Amente e Corrado Gabriele, e dal presidente della commissione di inchiesta Anticamorra, Gianfranco Valiante. Parteciperanno, tra gli altri, i componenti della commissione beni confiscati, i consiglieri regionali eletti nella provincia di Caserta, i rappresentanti delle associazioni ”Libera Campania”, ”Agrorinasce” e ”Polis”, che hanno aderito all’iniziativa, e il Direttore dell’Agenzia Nazionale Beni confiscati, Mario Morcone.

Alle 10,30 sono previsti i saluti del presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, e del presidente della Provincia di Caserta, Domenico Zinzi, e gli interventi di altri rappresentanti delle istituzioni, tra i quali i magistrati Raffaele Cantone, Federico Cafiero De Raho, Raffaello Magi e Pietro Grasso, Procuratore Nazionale Antimafia.

I lavori, moderati dalla giornalista Rosaria Capacchione, saranno conclusi dal presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Beppe Pisanu.

MA CHI ERA, ALBERTO VARONE??
CE LO RACCONTA IL GRANDE EMILIANO DI MARCO:

In memoria di Alberto Varone.

Quando Alberto Varone fu ucciso era il 24 luglio del 1991 ed avevo solo vent’anni. Per me era il papà di Giancarlo, generoso e ribelle di testa, come suo padre.

Per mantenere una famiglia di cinque figli, quattro maschi ed una femmina, di cui Giancarlo era il più grande, Alberto Varone faceva due lavori. Di notte si alzava alle tre per andare, da solo, a prendere i giornali a San Nicola la Strada. Preparava i pacchi con le copie dei quotidiani che mano a mano arrivavano e poi saliva in macchina per distribuirli in quasi una trentina di edicole, sparse tra Roccamonfina e le frazioni del comune di Sessa Aurunca, ritirando le “rese” dei giornali invenduti. Ogni notte, un viaggio che terminava verso le otto del mattino. Finito il giro poi, andava direttamente al negozio di mobili che gestiva con la moglie Antonietta.
Quando passavo di lì lo vedevo spesso dormire con il mento appoggiato sul petto, seduto su uno dei divani esposti all’ingresso.
Da adolescente quale ero trovavo buffo il suo bel faccione, con quei baffoni alla Pancho Villa ed i capelli  neri un po’ lunghi, un po’ come i personaggi dei film western all’italiana. A volte sorridendo me lo immaginavo con il sombrero e le cartucciere dei pistoleros messicani.
Il suo soprannome era ‘nanas (Ananas), e se chiedevi a qualcuno del perché lo chiamassero così ti rispondevano che aveva la corteccia dura e ostinata, come la gente del suo paesino, Carano, considerati da una leggenda popolare un pò “pazzerelli”.

Non lo sapevo ancora che Alberto Varone era da anni nel mirino dei camorristi, perché non aveva mai accettato di piegarsi e quello che pensava di loro lo diceva pubblicamente, anzi glie lo diceva proprio in faccia.
Un affronto che un clan come gli Esposito, che aveva visto una improvvisa ascesa solo verso la fine degli anni ottanta, quando era diventato improvvisamente potente e padrone del territorio al punto da presentare una lista alle elezioni, non voleva e non poteva più permettersi.

Nel 1990, un anno difficile da dimenticare per chi l’ha vissuto in provincia di Caserta, alle elezioni comunali di Sessa Aurunca la DC, il partito che aveva sempre “comandato” con maggioranze bulgare, si era spaccata in due tronconi e, per sconfiggere la “lista civica della camorra”, formata da dissidenti della DC vicini al gruppo andreottiano che faceva capo a Pomicino, ci volle una mobilitazione popolare con a capo il vescovo Raffaele Nogaro in prima fila, mentre si moltiplicavano episodi di violenze e minacce nei confronti di candidati e rappresentanti di movimenti popolari, picchiati barbaramente ed intimiditi, in un clima di vero e proprio terrore.

Le elezioni per il rinnovo del consiglio provinciale di Caserta che si tennero quell’anno furono addirittura annullate e ripetute l’anno successivo, dopo un ricorso presentato all’indomani delle votazioni da due candidati socialisti e da un democristiano contro la “Lista Civica Campana” che era riuscita a conquistare due seggi: Alberto Tatta nel collegio di Sessa Aurunca e Flavio Schiavone in quello di Casal di Principe.

Intanto una vera e propria mattanza: stragi e omicidi di cui oggi (per alcuni casi) si conoscono i mandanti, mentre all’epoca si potevano solo fare delle congetture, perché in verità nessuno sapeva bene quello che stava succedendo, chi era in guerra contro chi…

Non si era mai arrivati a tanto. Da adolescenti assistevamo alla degenerazione del sistema politico ed alla crescita del potere criminale davanti ai nostri occhi, giorno dopo giorno, e persino le piazze e le strade dove eravamo soliti incontrarci non erano più le stesse, perché erano state “occupate” dai giovani aspiranti affiliati e venivamo quotidianamente sfidati e provocati dagli sguardi alla presenza dei parenti stretti del boss, perché dovevamo imparare ad abbassare i nostri, e guai se reagivi. Tutti dovevano dimostrare di avere paura di loro.
Persino l’unica nostra evasione in una provincia che già perdeva la sua identità,  che era già decrepita e mafiosa, fumarci le canne seduti su un muretto o su una panchina, era diventata impossibile: arrivarono a scatenare degli squadroni che giravano in macchina per il paese, picchiando chi veniva trovato a fumare. Così…senza un vero motivo, perché comandavano loro.

In un paese di poco più di diecimila abitanti ci si conosce tutti e non c’è niente, pur avendo interessi e progetti diversi, fumare negli anni ‘80 era una delle poche occasioni per confrontarsi anche con chi non era come te, con chi la pensava diversamente sulla politica, sulla musica, sul vestire…oltre le appartenenze di qualsiasi colonizzazione culturale…oltre ogni famiglia.

Quando i camorristi scesero per le strade nel giro di un paio d’anni cambiò tutto,  solo chi non ci stava si rinchiudeva nella sezione del partito, minoritario da sempre, o in qualche associazione,  a fare finta di fare…di fare…e per chi se lo poteva permettere, finite le scuole superiori, i genitori si facevano in quattro per  mantenere i figli a Napoli o a Roma. Lontano dal paese. A fronteggiare la camorra gli adulti…

Alberto Varone fu ucciso sull’Appia, poco dopo le 4 del mattino, quando la strada è deserta…
Come ogni notte, sette giorni su sette, stava andando con la sua Opel Kadett rossa a San Nicola La Strada a prendere i giornali.
Gli spararono prima con un fucile a canne mozze, dopo aver bloccato con un’auto la corsia, subito dopo una curva. Poi lo finirono sparandogli in faccia. Ma non morì subito, riuscì a vivere ancora qualche ora, il tempo di morire sul letto di un ospedale per dire a sua moglie Antonietta chi era stato ad ucciderlo. Parlò con gli occhi, perché la bocca non c’era più…

Fu uno shock….
Al funerale, a Carano, c’era tutto il suo paese. Di Sessa c’eravamo solo noi che conoscevamo Giancarlo, e pochi altri. Non si fece vivo nessuno delle istituzioni, dei partiti, perché già stava lavorando l’infamia della calunnia.
“Se l’hanno ammazzato un motivo ci doveva essere”…”quello di notte chissà che portava dentro quella macchina”…“chissà che aveva fatto, tu che ne sai”…

Nessuno ne voleva parlare in paese e sui giornali nazionali nemmeno un trafiletto. Non era morto nessuno.

Per Giancarlo, che si era appena iscritto alla facoltà di economia e commercio a Napoli, le illusioni dei suoi vent’anni finirono lì. Era diventato un capofamiglia, tre fratelli e una sorella più piccoli da mantenere.
L’agenzia dove lavorava il padre gli offrì di continuare al posto suo. Noi, gli amici che gli erano rimasti, lo incoraggiammo, offrendoci di accompagnarlo ogni notte.

Per mesi e mesi, a turno, uno alla volta, ogni notte andammo con Giancarlo a prendere i giornali per consegnarli nelle edicole, dalle tre  fino al mattino successivo, passando ore ed ore in macchina, tra silenzi e sfoghi, tra risate e lacrime, fumando e fermandoci ai bar aperti di notte, per le stradine deserte delle montagne e sull’Appia, sempre con il timore di incontrare “loro”, con il timore sopratutto della reazione di Giancarlo. Nottate in cui bastava una carezza, ed a volte un sorriso per una di quelle stupide frasi di quella che rimaneva di una adolescenza  vissuta nei vuoti, nei deserti paradisi della provincia di Caserta, come  i dannati della terra, con l’incoscienza di chi a vent’anni non vuole avere paura anche se se la fa sotto…e comunque non si abbassa a lasciare da solo un amico.

Facevamo lo stesso percorso che faceva Alberto Varone, passando ogni notte due volte sullo stesso punto dove l’avevano ucciso. Al ritorno, subito dopo il bivio per Pignataro, passavamo sempre vicino la rimessa delle auto dove, con la luce del mattino, era possibile vedere la sagoma della Opel Kadett rossa del papà, lo squarcio dei pallettoni sulla fiancata ancora ben visibile.

Con i primi soldi Giancarlo fece tornare la Kadett rossa come nuova ed ora eravamo con lei a viaggiare la notte.

Le intimidazioni e le minacce dei camorristi ripresero.
La mamma di Giancarlo cominciò a ricevere telefonate anonime con voci registrate di bambini che piangevano, suoni di campane a morto, insulti, allusioni ai figli. Sua sorella dovette andare via da alcuni zii in un’altra città.

Antonietta sapeva chi erano gli assassini del marito ma aveva paura delle conseguenze per la sua famiglia.
Con il tempo intanto la calunnia scavava il vuoto intorno a loro ed eravamo rimasti in due o tre ad accompagnare Giancarlo, quasi tutto  l’anno di università era andato perso per noi.
I nostri genitori volevano tenerci fuori, ci obbligarono a riprendere gli studi.
Gli accompagnamenti notturni diventarono sempre più sporadici, confidavamo nelle promesse che le forze dell’ordine avevano fatto a Giancarlo e sua madre finché, una notte che andarono  lui e suo fratello Paolo, furono inseguiti da una macchina su una strada che porta a Roccamonfina, e Giancarlo dovette subire l’umiliazione di vedere il fratello schiaffeggiato da un affiliato del clan.

Riprendemmo i turni per accompagnare Giancarlo  e cercammo di aiutarlo a sostenere quella che ormai era una scelta ormai inevitabile, l’unica che si potesse fare, anche perché gli inquirenti avevano trasformato  il timore di Antonietta di non fare i nomi degli assassini in un’accusa per  “favoreggiamento personale”.

Nell’ordinamento giuridico di quegli anni c’erano  solo i “testimoni di giustizia” e non esisteva ancora una legge per tutelare i “collaboratori di giustizia” vittime di camorra, chi parlava lo faceva a suo rischio e pericolo, senza difese da parte dello Stato contro i clan.
Grazie alla solidarietà di alcune donne straordinarie, la mamma di Giancarlo fu accompagnata da monsignor Nogaro, che era già diventato vescovo di Caserta.
Nogaro la prese per mano e l’accompagnò a sostenere questo passo.
Quando la mamma di Giancarlo si decise a parlare lo fece senza chiedere né ricevere niente in cambio.

Poi successe tutto all’improvviso.
Un giorno un uomo con un tesserino di carabiniere si presentò al negozio per invitarla a seguirlo, lei si insospettì e dopo aver finto di acconsentire, appena uscito, tirò giù la saracinesca e chiamò Giancarlo ed i carabinieri.
Risultò poi che non era stato inviato nessun militare.
Fu allora che la Procura decise di portarli tutti in una località protetta, dove hanno ricevuto un’altra identità.

Da allora Giancarlo, sua mamma, i suoi fratelli e sua sorella…non li ho visti più, non li abbiamo visti più.
Non so più nulla di loro. Dove vivono,come stanno. Nemmeno i parenti che sono rimasti sanno di loro.

E per anni questa storia me l’ero lasciata dietro le spalle.

In questi ultimi anni però qualcosa è cambiato.
Grazie alle dichiarazioni di Giancarlo e di sua madre, gli assassini adesso sono in carcere con il 41 bis. Ed alcuni di noi hanno smesso di cercare di dimenticare, o di parlare a bassa voce.
Forse è arrivato il momento di impadronirsi della memoria e della dignità.

di Emiliano Di Marco
In memoria di Alberto Varone
StrozzateciTutti.info

// Ricordiamo a tutti che anche RAFFAELE SARDO ha scritto della storia di Alberto Varone, nel suo libro “La Bestia”, edito da Melampo.

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