“La dignità rubata”. Raffaele Cantone, intervistato da Francesco Anfossi, per Famiglia Cristiana.

<<C’è un solo peccato. Uno solo. Il furto. Ogni altro peccato può essere ricondotto al furto. Se uccidi un uomo, gli rubi la vita. Rubi il diritto di sua moglie ad avere un marito, derubi i suoi figli del padre. Se dici una bugia a qualcuno, gli rubi il diritto alla verità. Se imbrogli, quello alla lealtà>>.


Ragionando del settimo Comandamento in un Caffè romano dietro al Palazzaccio con Raffaele Cantone, magistrato anticamorra, vengono in mente le parole del padre di Amir, nel romanzo Il cacciatore di aquiloni.
In questo senso, la madre di tutti i predoni, la Grande Ladra, è la criminalità organizzata, nemica giurata di questo giudice coraggioso di 47 anni che ha contribuito a sconfiggere il clan dei Casalesi.
<<La Camorra>>, spiega Cantone, <<svolge un’attività di depredazione devastante dell’economia imponendo tangenti al sistema delle imprese. Non ruba solo attraverso i furti e le rapine.
Pensiamo al pizzo. Pensiamo ai rifiuti tossici. Sversando liquami velenosi nella nostra terra danneggia e ammorba l’ambiente dei cittadini.
E guastandolo ruba anche il futuro, depreda i diritti e la libertà della gente, spesso con la complicità di chi dovrebbe controllare, e invece non controlla, facendo parte delle Istituzioni. Ti toglie tutto, anche la dignità>>.
Per Cantone, che attualmente lavora al Massimario della Cassazione ed è autore di due libri di successo (Solo per Giustizia e I Gattopardi, Mondadori), l’ottica con cui si guarda a questo reato è cambiata negli ultimi anni.
<<Rispetto al Comandamento “Non rubare”, c’è un diverso approccio. Il primo è quello tradizionale, per il quale è rimasta l’identica stigmatizzazione sociale: è un reato infamante, relegato agli strati più bassi della società>>.

Chi ruba è ai margini della società?
<<In genere sì, a parte il furto in abitazione, che di solito è commesso da professionisti del crimine. Però appartiene anche alla sfera sociale di chi lo fa per necessità. Il taccheggio nei supermercati è aumentato in maniera esponenziale in soggetti lontani anni luce dalla tipologia del ladro. Povera gente, disoccupati, pensionati che nascondano nel cappotto la busta di prosciutto. Furti che sembravano scomparsi dalla tipologia criminale>>.

Qual è l’altro approccio?
<<La diversa stigmatizzazione sociale per meccanismi di depredazione di beni pubblici che non sono soltanto ritenuti meno riprovevoli, ma quasi compresi, addirittura approvati, perché da molti ritenuti espressione di intelligenza e scaltrezza>>.

Insomma, quando si tratta di depredare i beni pubblici, scatta l’applauso, quasi si trattasse di Arsenio Lupin…
<<Sì, ed è una cosa grave se pensiamo che depredare i beni pubblici, compreso il mancato pagamento delle tasse, è un furto per l’intera comunità>>.

I furti dei colletti bianchi sono più gravi?
<<Lo sono moralmente e giuridicamente. E infatti, alcuni di questi reati sono puniti in maniera grave. Ma non il falso in bilancio e l’evasione fiscale, ritenuti dal codice in alcuni casi persino solo illeciti amministrativi. Anche il reato di appropriazione indebita, con cui si puniscono i furti degli amministratori nei confronti delle società commerciali da loro gestite, è punito molto meno del furto, eppure può essere in molti casi più grave, per il danno che fa all’impresa e all’economia in generale>>.

E l’opinione pubblica è meno severa…
<<C’è in qualche modo una tendenza a ritenere meno grave il comportamento di soggetti che non sono criminali incalliti. Il legislatore ha inasprito la disciplina del furto tradizionale (furto con scasso, furto in abitazione), ma questo inasprimento non ha trovato una corrispondenza simmetrica con i reati di appropriazione della cosa pubblica, a parte il peculato, che è punito gravemente. Per non parlare di chi non rispetta il fisco. In America, l’evasione fiscale, che è un’elusione rispetto ai propri obblighi, è reato. Al Capone non sarebbe mai stato arrestato se non ci fosse stato il reato di evasione fiscale>>.   

(Francesco Anfossi intervista Raffaele Cantone per Famiglia Cristiana, sul numero 16 anno LXXXI. Foto di Alessia Giuliani/CPP).

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3 pensieri su ““La dignità rubata”. Raffaele Cantone, intervistato da Francesco Anfossi, per Famiglia Cristiana.

  1. Sulla base di queste considerazioni mi vengono in mente due possibili fenomeni fondamentalmente responsabili di tutto ciò, ed entrambi estremamente gravi: l’ignoranza e la malafede. Se poi coesistono, il cocktail diventa inevitabilmente esplosivo! L’ignoranza è appannaggio prevalentemente del popolo perchè non si capisce che la depredazione dei beni pubblici dovrebbe far scattare la stessa indignazione che se fossero di un privato cittadino, dal momento che il bene è pubblico proprio perchè è di ognuno di noi e, pertanto, meritevole della stessa reazione; pertanto, sarebbe auspicabile un sistema di divulgazione educativa di tipo culturale su vasta scala, ma in Italia ce lo scordiamo. Ignoranza perchè la massa giudica con moti di simpatia i comportamenti “guappeschi”, evocativi di una certa tradizione popolare che però di eroico ha ben poco. Ma la malafede chi riguarda se non le classi elettivamente deputate all’elaborazione di sistemi correttivi adeguatamente commisurati all’entità del “furto”, quello più “serio”, da colletto bianco, se ancora questa categoria è considerata con deferenza e rispetto nonostante l’evidenza dei comportamenti criminogeni commessi?

  2. LA CAMORRA PER SCONFIGGERLA BISOGNA PARLARNE TUTTI I GIORNI DA VOI MAGISTRATI GIORNALIST E NOI CITTADINI A MORTE LA CAMORRA

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