“Filtri sporchi. Partiti colpevoli”. Raffaele Cantone ne “Il commento”, su “Il Mattino” di Napoli, edizione nazionale di mercoledì 4 maggio 2011.

Dopo essere intervenuto già per due volte sulla vicenda dei rischi di infiltrazione nelle liste per elezioni comunali, è opportuno farlo ulteriormente dopo quanto si sta accertando a Napoli e quanto è avvenuto ieri a Quarto ed a Gioiosa Marina in provincia di Reggio Calabria.
Dopo le presenze inquietanti di candidati sottoposti ad indagini per gravi reati nelle liste di uno degli aspiranti sindaci al municipio di Napoli dalle indagini della magistratura è emerso come i gruppi camorristici di alcuni rioni popolari stessero organizzando la compravendita di pacchetti di voti da mettere a disposizione di candidati spregiudicati; proprio prendendo spunto da questa vicenda, il procuratore di Napoli, Lepore, molto opportunamente, ha richiamato l’attenzione preventiva dei partiti sui rischi di inquinamento del voto.

Dallo spulcio più approfondito delle liste sono poi venuti fuori casi di parentele con esponenti conclamati della camorra o con soggetti di recente inquisiti per gravi episodi di favoreggiamento ai boss.
Si è detto, giustamente, con riferimento a questi ultimi casi, che è un principio sacrosanto di civiltà giuridica che le colpe di genitori e parenti vengano considerate strettamente personali e che non possano ricadere su terzi.
Però, fermo ed indiscusso il diritto di elettorato passivo ed attivo di queste persone, non è certo preclusa una valutazione in termini di possibile inopportunità che non riguarda tanto chi si è candidato quanto piuttosto chi li ha accettati come compagni di avventura; alcuni cognomi in certi quartieri pesano ancora e forse sceglierli non è il miglior viatico per chi intenderebbe improntare la sua prossima attività amministrativa ai valori di legalità e trasparenza.
Ieri poi sono piombate sulla campagna elettorale due ordinanze cautelari in due contesti fra loro lontani; una riguarda il clan Polverino e le sue attività in Quarto, località che già passato era stato interessata da indagini giudiziarie che avevano sfiorato uomini delle locali istituzioni; questa volta sono stati arrestati due candidati per le elezioni prossime del consiglio comunale, in una lista con i colori del principale partito di governo.

In provincia di Reggio, invece, in un’indagine che riguarda il potente clan dei Mazzaferro sono stati tratti in arresto un sindaco e tre assessori comunali del comune di Gioiosa; nella conferenza stampa di illustrazione dell’operazione il Procuratore di Reggio, Pignatone, ha testualmente affermato che era stata, grazie alle intercettazione, ricostruita in diretta la massiccia infiltrazione mafiosa nel piccolo comune reggino.

Gli ultimi due episodi, ferma restando la presunzione di innocenza ed il diritto degli inquisiti di far valere le loro legittime ragioni per dimostrare la loro estraneità, ovviamente sono di ben maggiore gravità e rilevanza rispetto a quelli di cui più sopra si è fatto cenno ma possono ben essere letti tutti insieme e giustificare qualche considerazione preoccupata.

In primo luogo, essi dimostrano ulteriormente (se ce ne fosse ancora bisogno!) come le mafie siano interessatissime ad essere presenti con loro uomini negli enti locali.
Questi ultimi, per essere quelli che gestiscono la vita quotidiana e gli interessi anche più spiccioli dei cittadini, sono determinanti per consentire agli stessi sodalizi di accrescere l’indispensabile consenso su cui fondano la loro forza e per lucrare sulle attività economiche (appalti, commesse, società municipalizzate etc.) gestite da quegli stessi enti.
E gli uomini infiltrati negli enti locali non sono più antropologicamente mafiosi, ma spesso colletti bianchi o professionisti, del tutto disponibili ai voleri dei capibastone.
Ed è utile ribadire come questo interesse sia destinato a crescere quando agli enti di prossimità, con le imminenti riforme del federalismo fiscale, saranno attribuiti nuovi poteri, in particolar modo in materia di spesa pubblica.
L’altra considerazione è che i partiti, in particolare sul piano locale, malgrado lo sbandierato impegno preso solennemente prima di ogni consultazione elettorale, non appaiono in grado di fare da filtro reale per impedire candidature impresentabili.
Solo dopo che gli episodi emergono pubblicamente, grazie alla stampa o alle indagini della magistratura, i vari esponenti locali sono pronti o a giustificarsi adducendo di non sapere o a stracciarsi le vesti, prendendo (tardivamente) le distanze, sdegnosamente aggiungendo di non volere i voti di questo o quel candidato.
E su queste considerazioni – credo – debba essere centrata una riflessione della politica anche nazionale e del massimo organo che di questi temi si occupa, cioè la commissione parlamentare Antimafia.
Se i codici di autoregolamentazione non funzionano (o funzionano poco), se le norme sono capaci solo di impedire le candidature dei condannati, se ormai «i cavallucci» delle mafie si presentano spesso con certificati penali immacolati, bisogna evidentemente pensare ad altri rimedi.
È necessario trovare meccanismi efficienti ed efficaci, per arginare, prima delle indagini giudiziarie, presenze ingombranti.
Ma è anche necessario introdurre meccanismi di controllo, a setaccio molto stretto, perché comunque, anche dopo le elezioni, le mafie, manovrando i loro uomini, non si approprino dei municipi e di quello che questi enti rappresentano per tutta la collettività.

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L’immagine inserita è un’Opera dell’Artista Giuseppe Piscopo: “Urna cineraria”, del 2008.

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