“Un gesto che vale più di una scomunica”. Raffaele Cantone, ne “Il commento”, su “Il Mattino” di Napoli, ed. nazionale di sabato 14 maggio 2011.

Il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, ha stabilito, con un atto vincolante per tutte le parrocchie che rientrano nella sua giurisdizione, il divieto sia di celebrazione di funerali pubblici per mafiosi, camorristi e malavitosi di ogni risma, sia l’inibizione per questi ultimi dalla possibilità di fare da padrino (o madrina) in battesimi, cresime e matrimoni.
Ad una lettura frettolosa e superficiale si potrebbe pensare si tratti di un provvedimento di ordinaria amministrazione, o persino scontato; ed invece esso assume un carattere che non è esagerato definire rivoluzionario per una serie di ragioni.


Si pone, infatti, nella scia di quelle prese di posizione della Chiesa cattolica, in verità abbastanza recenti, di contrasto netto alle mafie, anche sul piano ideologico e simbolico.
Il rapporto mafie-Chiesa cattolica è stato, fino ad un recente passato, caratterizzato da non poche ambiguità e persino da qualche ammiccamento.
Da un lato era difficile reperire prese di posizioni ufficiali del magistero ecclesiastico sulla pericolosità delle mafie.
Dall’altro, nel quotidiano, molto spesso singoli uomini della chiesa avevano dato quantomeno l’impressione di non avversare gli esponenti delle consorterie, concedendo, ad esempio, loro con una certa indulgenza i sacramenti o consentendo manifestazioni eclatanti quando essi partecipavano a cerimonie religiose di vario tipo.
Allo stesso modo consentivano spesso ai mafiosi di gestire o partecipare in prima fila a feste patronali o religiose, come è stato acclarato fino a qualche tempo fa in calabria o come sembra essere avvenuto nei giorni scorsi a Castellamare di Stabia.
Da questi comportamenti i mafiosi traevano ragioni di vanto, utilizzando le cerimonie religiose come manifestazioni evidenti di potere, da esibire a tutta la comunità sociale.
Certo nella stessa Chiesa, accanto a questi comportamenti che a voler essere buoni si possono definire agnostici, si segnalavano atti di grande coraggio di singoli sacerdoti, spesso proprio quelli operanti nei contesti socialmente più difficili; costoro, consapevoli del carattere di male assoluto rappresentato dalle organizzazioni malavitose, svolgevano un ruolo di contrasto sul piano sociale che li ha esposti a rischi e pericoli che si sono concretizzati, ad esempio, con gli omicidi di Don Pino Puglisi o di Don Peppe Diana.
La Chiesa intesa come magistero, con Giovanni Paolo II ha operato una svolta definitiva, manifestata in quella sorta di scomunica dei mafiosi, urlata nella valle dei Templi di Agrigento dopo l’incontro del papa con i genitori del giudice Livatino.
E dopo, sia pure lentamente, ci sono state tante altre prese di posizioni sempre più nette e dure contro ogni genere di mafie; in questo senso va ricordato il documento ultimo dei vescovi meridionali che ha dedicato un intera parte alla pericolosità sociale delle organizzazioni criminali.
Ma la decisione del Cardinale Sepe, oltre a porsi in continuità rispetto a questa linea, potrà avere ricadute concrete ulteriori.
Di una si è già accennato: renderà impossibili quelle manifestazioni di potere e sfarzo collegate ai sacramenti e affiderà all’oleografia del passato i grandi funerali di boss o quelle cerimonie che vedevano gli esponenti dei clan destinatari di onori e di manifestazioni di rispetto.
Ed infine la decisione di Sepe potrà rappresentare esempio per tutti gli altri corpi intermedi (partiti, sindacati, ordini professionali etc) ad assumere decisioni responsabili ed autonome di contrasto alle mafie, smettendo di pensare che questo debba essere delegato soltanto a magistrati e forze dell’ordine.

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