“Sport pulito e simboli da proteggere”. Raffaele Cantone ne “Il commento”, su “Il Mattino” di Napoli, ed. nazionale di lunedì 6 giugno 2011.

Il tour dell’ex attaccante dell’Inter, Mario Balotelli, nelle terre di Gomorra e nei quartieri più degradati della periferia napoletana, offre lo spunto per alcune riflessioni, soprattutto in questi giorni, quando inchieste giudiziarie ripropongono il calcio quale strumento per attività criminali, come le scommesse clandestine legate alla compravendita delle partite. Al di là delle responsabilità penali, tutte da dimostrare e che, come appare dalla lettura delle cronache giornalistiche relative alla passeggiata di Balotelli a Scampia in compagnia di due esponenti della camorra, sembrerebbero inesistenti, ci sono da considerare i risvolti sociali di un simile comportamento. E questi sono senza dubbio censurabili.
In premessa, sarebbe interessante sapere attraverso quali canali Balotelli sia stato contattato e convinto ad accettare la trasferta a Secondigliano.
Trasferta finalizzata a soddisfare la sua curiosità, come lui stesso ha dichiarato, rispetto al funzionamento della più grande piazza di spaccio d’Europa, e ad accontentare la tifoseria alla quale ha concesso autografi e foto ricordo.
Quei canali sono preclusi a un qualunque altro tifoso, che mai potrebbe immaginare di poter ospitare un campione nella sua casa.
Quindi, nonostante i precedenti, il mondo del calcio, anche del grande calcio, ha continuato a mantenere rapporti stabili e di natura imprecisata con la criminalità organizzata.
Mafia, camorra, ’ndrangheta, dunque, continuano a spendere il loro potere di relazioni per acquistare consenso negli ambienti popolari e delle tifoserie organizzate.
Se le immagini di Maradona assieme ai fratelli Giuliano appartengono ormai allo storia, e sono state di sovente giustificate come bizzarrie di un grande campione, esistono quelle molto più recenti che ritraggono Marek Hamsik in compagnia di altri esponenti di vertice della camorra, che le hanno utilizzate per trasformare il calciatore in icona, in «propria» icona. E qui si aggancia l’altra considerazione.
E cioè quella del rapporto dei campioni dello sport con i giovani, con la società civile, con le tifoserie.
Personaggi visti, oggettivamente, come simboli.
E a loro non può non competere la responsabilità, per questo, di essere simboli positivi: di riscatto sociale e di capacità personale premiata attraverso i successi sportivi, la fama, il denaro.

Se sporcano la loro immagine con frequentazioni dubbie e censurabili, se aderiscono acriticamente alle richieste che arrivano dai loro agenti e accettano i tour nelle Vele di Scampia, inquinano il simbolo e il valore sociale proprio e dello sport.

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