“Toghe-politica. Un biglietto di sola andata”. Raffaele Cantone in “Riflessioni”, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di martedì 26 luglio 2011.

Su Il Mattino di ieri vi era un’interessante intervista a Michele Vietti – attuale vice Presidente del Csm, affermato avvocato ed in passato sottosegretario alla Giustizia del governo Berlusconi – che spaziava su tutti i temi che ruotano attorno al sistema Giustizia, temi su cui la riflessione era stata avviata da veri e propri «moniti» della principale autorità Pubblica (e morale) del Paese e cioè del Presidente della Repubblica.

Le affermazioni dell’onorevole Vietti meritano condivisione complessiva ed un vero plauso nella parte in cui riafferma un principio solo in apparenza scontato e, cioè, che politica e giustizia debbano fare ognuno il proprio mestiere, senza invasioni di campo. Ma sono molti altri i passaggi dell’intervista che stimolerebbero riflessioni; su uno in particolare vorrei dire qualcosa, quello dei magistrati che scelgono di fare politica, tema ridiventato «caldo» dopo che il pm di Napoli, Pino Narducci, ha scelto (legittimamente) di assumere la carica di assessore nella giunta De Magistris.

Vietti a tal proposito, prescindendo dal caso concreto, ribadisce essere indispensabile un intervento legislativo per disciplinare l’assunzione da parte dei magistrati di incarichi negli enti locali dove hanno prestato le loro funzioni, aggiungendo che per quelli che divengano parlamentari sarebbe opportuno prevedere, alla fine del mandato, una fuoriuscita definitiva dai ranghi della magistratura e l’inserimento in quelli della pubblica amministrazione.
Per capire se la soluzione proposta sia da condividersi è bene affrontare la questione partendo da una considerazione.

Il magistrato è un cittadino e non gli può essere precluso il diritto all’elettorato passivo (e cioè quello di candidarsi) né gli può essere impedito di assumere incarichi tecnici in governi, giunte regionali, provinciali e comunali.
Si tratta di un diritto non solo tutelato dalla Costituzione ma che risponde alle esigenze di una democrazia moderna e partecipativa. Non sono solo coloro che scelgono la politica per professione a dover occupare le cariche elettive o quelle amministrative di gestione; la società civile può (e forse deve) contribuire con le proprie professionalità a fornire alla gestione della cosa pubblica competenze tecniche, persone, cioè, che hanno dimostrato capacità e bravura nei propri ambiti di lavoro.
Ovviamente l’affermazione non preclude che la legge possa disciplinare criteri di accesso per specifiche categorie di cittadini che, per avere svolto attività particolarmente delicate potrebbero (in teoria) utilizzare le proprie prerogative ed i propri poteri per costruirsi una carriera politica.
Fra questi soggetti rientrano senza dubbio i magistrati (ma anche altri importanti funzionari e dirigenti pubblici, in verità) cui spettano poteri di incidere sulla libertà e proprietà dei cittadini e direttamente o indirettamente sul loro futuro e sul loro ruolo sociale. È giusto, quindi, che venga regolato l’accesso alle cariche elettive ed anche a quelle di gestione, garantendo attraverso divieti o limitazioni spaziali e temporali che si possa anche soltanto sospettare che la propria attività sia stata premeditatamente utilizzata per altri fini. Su questo punto, la legislazione italiana prevede già qualcosa (ad esempio obbligo di aspettativa per un certo periodo precedente la candidatura nel luogo dove si opera) soprattutto con riferimento alle cariche elettive; si dovrebbe, però, aggiungere altro, limitando, ad esempio, la possibilità di assumere incarichi nei luoghi in cui si è amministrato giustizia. L’associazione nazionale magistrati ha inserito nel proprio codice etico un vero e proprio divieto di assumere cariche gestionali e politiche.
Per quanto tale autoregolamentazione (dal valore squisitamente simbolico e deontologico) sia utile non può certo bastare; è indispensabile una normativa equilibrata che non limiti i diritti individuali dei magistrati, l’interesse pubblico a valersi di professionalità acquisite ma che garantisca l’interesse ad avere magistrati che non siano mai «sospettabili» di parzialità.

Non bisogna andare al passato remoto per trovare magistrati sindaci, assessori o consiglieri comunali, che contemporaneamente continuano ad amministrare giustizia, sia pure in altri distretti! Vi è, però, un aspetto ancora più delicato che riguarda il momento della cessazione della carica; un magistrato che ha assunto un ruolo «politico» anche di tipo amministrativo oggi può tornare a fare il giudice sia pure con alcune cautele territoriali; Vietti propone, invece, sia pure limitatamente (sembrerebbe) ai casi in cui si sia svolta attività parlamentare che si debba lasciare definitivamente la toga. È una soluzione su cui riflettere, che rischia di apparire da un lato eccessiva, se limitata ai soli magistrati, e dall’altro poco efficace se riferita alle sole cariche parlamentari.
Bisognerebbe, invece, individuare forme di incompatibilità rigorose (anche con l’abbandono del ruolo di magistrato) che si riferiscano sia alle cariche elettive, (non solo parlamentari, ma anche regionali, provinciali e comunali) che a quelle gestionali, ma che riguardino anche altre delicate funzioni dirigenziali del settore pubblico (i prefetti, i dirigenti delle agenzie delle entrate, i dirigenti ministeriali, solo per citarne alcuni).
Ma l’incompatibilità non dovrebbe tradursi in – e nemmeno involontariamente apparire – una sorta di punizione, perché finirebbe paradossalmente per trattare negativamente chi comunque serve le istituzioni e avrebbe un effetto controproducente rispetto allo scopo prefissosi, precludere cioè ad energie sane del Paese di occuparsi con onestà e competenza della cosa pubblica.  

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