“Ma non doveva essere breve?” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di sabato 30 luglio 2011.

Ieri il Senato, con un voto di fiducia, ha approvato un disegno di legge divenuto noto come “processo lungo”, che modifica alcune norme del codice di procedura penale.
Come, fra l’altro, quella che consente l’accesso al rito abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo e, soprattutto, due disposizioni, la cui riscrittura ha scatenato feroci polemiche perchè, si è detto, che di esse potrà giovarsi il premier Berlusconi, per alcuni suoi processi in corso.
Le due modifiche appaiono effettivamente discutibili, sia pure per aspetti diversi e soprattutto una delle due rischia di mettere in crisi il rito penale, che già funziona malissimo, allontanandolo ancor di più dagli standard di efficienza europea che dovrebbero esserne il modello.
La prima modifica si riferisce al valore processuale delle sentenze passate in giudicato; l’odierno art. 238 bis, inserito nel codice del 1992 fra le misure di contrasto alla mafia, consente ad una sentenza irrevocabile di valere in un altro processo, per provare fatti già accertati, purchè, però, siano acquisiti elementi di riscontro. Sulla disposizione si era addensati in passato sospetti di inconstituzionalità per violazione del principio del giusto processo, ritenuti infondati con una statuizione del 2009 della Corte Costituzionale.
Con il testo del Senato si rendono utilizzabili le sentenze nei soli processi di mafia e terrorismo; il mutamento in sé – e questo va detto per onestà – non creerà eccessivi sconquassi almeno sul piano numerico, perchè le sentenze resteranno utilizzabili nei processi di mafia, dove più di ogni altro caso sono utili, in quanto consentono di non dover provare ogni volta l’esistenza di un clan. Si è in presenza, però, di un intervento legislativo discutibile sia sul piano dei tempi che dell’opportunità; si incide, infatti, su una disposizione, ritenuta pienamente legittima dalla Corte costituzionale, in un momento in cui nessuna ragione rendeva urgente e necessaria questa modifica, ma in momento in cui una sentenza definitiva di condanna/prescrizione per corruzione era stata acquisita in un dibattimento nel quale è impiutato l’on. Berlusconi; rendendola non più utilizzabile, si amplierà l’oggetto della prova, allungandosi i tempi del giudizio e per ciò rendendo quasi certa la prescrizione del reato.
L’altra modifica, invece, riguarda il diritto delle parti ad ottenere le prove nei processi; il vigente rito prevede che prima dell’inizio del dibattimento sia il p.m. che le altre parti debbano indicare le prove che vogliono far assumere, si tratti di documenti, di perizie, di testimoni o ad altro; le stesse sono ammesse con un limite e cioè che il giudice, cui spetta la direzione del processo, non le ritenga “superflue ed irrilevanti”. Per semplificare, se per dimostrare che Tizio si trovava in quel posto si chiede l’audizione di troppe persone, il giudice potrà limitare l’audizione solo a quelle ritenute necessarie per dimostrare l’assunto.
Con la nuova disposizione, il giudice potrà escludere solo quelle prove “manifestamente non pertinenti”; è un cambiamento terminologico che, per i non addetti ai lavori, potrebbe apparire di scarso impatto; nella realtà, invece, verranno ridotti significativamente i poteri del giudice di direzione del dibattimento; per tornare all’esempio di prima, non si potrà più operare alcuna valutazione di superfluità; se sichiede di ammettere 20 testi sulla stessa circostanza, dovranno essere tutti sentiti; potranno escludersi, invece, solo quelli che dovranno riferire su circostanze che appaiono, fin dall’inizio, estranee al tema del processo.
Con questa novità, le parti diverranno arbitri dei tempi e della durata dei processi e gli imputati che potranno giovarsi di avvocati maggiormente preparati (e delle cui parcelle potranno farsi carico), potranno slargare a dismisura la durata dei dibattimenti, sperando anche di lucrarne benefici, quali la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare o la prescrizione dei reati.
A chi paventa che una norma del genere – che come quella sulle sentenze si applicherà anche ai processi in corso – potrà servire per allungare i tempi dei processi del Presidente Berlusconi, facendogli ottenere in alcuni la prescrizione dei reati, i sostenitori della modifica rispondono che essa sarebbe espressione del principio del giusto processo e consentirebbe una maggiore parità tra accusa e difesa.

E’ un argomento tutt’altro che convincente; a parte la considerazione che il nuovo impianto normativo in modo contraddittorio limiterà i poteri del giudice, organo terzo per eccellenza, a favore delleparti, soggetti portatori di interessi soggettivi, si tace di ricordare che nel nostro sistema processuale il diritto alla prova è già sufficientemente ampio e consente, fra l’altro, anche nelle indagini di svolgere attività probatorie difensive. Del resto, la corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha più volte vagliato criticamente il nostro processo, non di questo aspetto si è lamentata, ma dei tempi già oggi enormemente lunghi dei processi penali, destinati, in questo modo, a prolungarsi ulteriormente.

Ma c’è un punto che desta inquietudine ed è l’assenza di un disegno organico da parte del legislatore nell’intervenire sui delicati equilibri del processo penale; fino a pochi mesi fa, la riforma in Parlamento ritenuta assoluta priorità era quella del cd processo breve, che pur per molti aspetti criticabile, aveva il pregio (e la presunzione), di voler stabilire tempi certi, alla durata dei processi; oggi, invece, con una vera e propria “inversione ad U”, si cambia prospettiva: non bisogna assicurare la brevità e la velocità ai giudizi, ma il diritto delle parti a renderli lunghi quanto si vuole.

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