“Boss a 20 anni, la camorra senza regole” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di martedì 9 agosto 2011.

In un articolo apparso l’altro ieri su Il Mattino, l’ottimo cronista di giudiziaria, Leandro Del Gaudio, ricostruisce, in base ad attendibili fonti investigative, i nuovi equilibri dei clan camorristici operanti nella zona di Scampia-Secondigliano, nella quale ricadono le più importanti piazze di spaccio italiane.
Rilegge, in particolare, con una chiave di lettura unitaria, nove recenti omicidi, avvenuti fra Napoli ed alcuni comuni dell’hinterland e ne indica la probabile causale.
Alcuni giovanissimi criminali, di età oscillante frai 18 ed i 25 anni, avrebbero assunto un ruolo di primo piano nei gruppi che gestiscono lo smercio degli stupefacenti, sostituendosi, di fatto, ai sodalizi degli Amato-Pagano (i cosiddetti scissionisti) e dei Di Lauro.
Questi giovani emergenti sarebbero entrati in rotta di collisione con esponenti più anziani dei pregressi clan, che, scarcerati dopo avere scontato le pene inflitte nei processi nati dopo la cruentissima faida dell’inizio degli anni duemila, avrebbero tentato di riprendersi i propri posti nella gestione delle attività illecite.
Il capo di questo gruppo, noto agli investigatori, sarebbe lontano anni luce dall’oleografia classica dei vecchi boss; si tratterebbe di un ventenne, vestito e tatuato (e forse assuntore di droghe) come i tanti ragazzi di malavita della periferia cittadina descritti nel libro e nel film Gomorra, che avrebbe scelto come soprannome quello di Mariano, mutuato da canzoni neomelodiche.
L’argomentata e logica ricostruzione di Del Gaudio potrebbe stupire solo chi, non conoscendo la realtà criminale cittadina, faccia fatica a pensare che un giovanissimo abbia raggiunto l’apice di un clan.

Le indagini giudiziarie e le analisi degli instancabili, ma ormai pochissimi, operatori sociali hanno, invece, da tempo raccontato come adolescenti, oco più che bambini, siano stati inseriti a pieno titolo nel <<sistema>> di Secondigliano, non solo per svolgere i ruoli minori, seppure strategici di corrieri e/o vedette, ma anche per partecipare alle batterie di fuoco che avevano commesso omicidi nella fase più calda della faida precedente. Ne sono riprova, del resto, i tanti ragazzi rimasti essi stessi vittima di azioni di fuoco.
Se gli avvenimenti dei prossimi giorni e le indagini delle forze di polizia cittadine avvaloreranno le tesi prospettate, potrebbe esserci un’escalation violenta; i quadri dei vecchi gruppi, già dominanti, difficilmente accetteranno supinamente di essere relegati in ruoli comprimari, accontentandosi delle briciole dell’enorme guadagno che continua a provenire dallo spaccio di droghe, settore purtroppo ancora florido, malgrado i tantissimi arresti del passato.
Il rischio è da ritenersi concreto anche perchè, a differenza del recente passato, sullo scenario criminale cittadino mancano boss autorevoli, capaci di far trovare un compromesso ai potenziali contraddittori.
Ma, a ben vedere, ciò che starebbe avvenendo a Secondigliano non è dissimile da quanto accaduto in altre organizzazioni camorristiche, anche tradizionalmente più strutturate, o persino nella mafia, notoriamente gerontocratica; i casalesi, ad esempio, hanno visto al loro vertice giovanissimi esponenti, si apure con un significativo pedigree familiare, così come a Palermo era rapidamente asceso a ruoli di primissimo piano, tal Nicchi, che al momento dell’arresto non era ancora trentenne.
E’ in atto, quindi, un mutamento strutturale delle organizzazioni camorristiche e mafiose (meno di quelle ndranghetiste).
Se esse in passato fondavano la loro forza sia sul carisma criminale di capi con un lunghissimo cursus honorum delittuoso alle spalle, sia su un’organizzazione fondata su legami familiari o familistici, oggi sono gestite da sbarbatelli, quasi incensurati.
Giovani che fra loro si legano non in base a rituali o giuramenti, ma sulla logica di perseguire il guadagno immediato dalle molteplici attività criminali e non.
E’ una rivoluzione copernicana, quella in atto nella delinquenza organizzata che si spiega, in parte, con le difficoltà dei clan, fatti segno di colpi giudiziari durissimi, ma in parte anche con un’altra considerazione, obiettivamente più inquietante e preoccupante.
I sodalizi sono divenuti strutture organizzate, in grado di operare dal punto di vista criminale, anche facendo a meno di capi veri e di un sostrato di (pseudo) valori comuni.
Il terreno fertilissimo, costituito dai notevoli e variegati interessi economici e da un vasto consenso sociale, favorisce una autorigenerazione davvero inimmaginabile.

La repressione, necessaria ed indispensabile, da sola, e non accompagnata da un’opera di bonifica e di miglioramento dei contesti sociali ed economici, dimostra in conclusione di non riuscire a distruggere fenomeni ancora così radicati; se non si prosciuga il brodo di coltura, queste arabe fenici risorgeranno sempre dalle loro apparenti ceneri. 

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