“Emergenza carceri, l’amnistia non basta” – Raffaele Cantone in “Riflessioni”, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di mercoledì 31 agosto 2011.

Nel periodo estivo, in cui l’attenzione di tutti i media è stata quasi integralmente catalizzata dalla crisi dei mercati, è riuscito a trovare spazio un argomento che sembrava caduto nell’oblio e cioè l’emergenza carceraria.
Il dibattito, stimolato dall’ennesimo sciopero della fame di Marco Pannella, si è arricchito di interventi autorevoli di esponenti delle Istituzioni (fra cui il Presidente della Repubblica ed il nuovo ministro della Giustizia), della politica e del mondo religioso.

Per la vigilia di ferragosto è stato anche proclamato un simbolico sciopero generale della fame, che ha visto l’adesione di numerosi intellettuali.

Se la questione sollevata è obiettivamente molto rilevante – negli istituti penitenziari, da tempo sono stati superati (e di molto), i limiti di capienza, per cui i detenuti non hanno condizioni di vita decorose e non possono partecipare proficuamente alle attività di recupero e risocializzazione – la soluzione di un’amnistia, proposta dallo stesso on. Pannella – e condivisa da altri esponenti della politica, non solo del partito radicale, oltre che da vari intellettuali – appare non convincente per varie ragioni, non ultima quella che si tratta di una tipica misura emergenziale, inidonea a risolvere strutturalmente il problema.

Com’è noto, l’amnistia è un provvedimento che il Presidente della Repubblica adotta a seguito di una deliberazione del Parlamento con una maggioranza dei due terzi dei componenti ed ha l’effetto di estinguere il reato, senza che nemmeno venga celebrato un processo o, nel caso in cui un processo ci sia già stato, di estinguere la pena.
Le amnistie precedenti (l’ultima è del 1989) hanno riguardato quasi sempre reati minori (in genere puniti con la reclusione nel massimo di 3 o 4 anni) e servivano non a ridurre il numero dei detenuti, ma quello dei processi pendenti; è l’indulto (e cioè il condono di una parte della pena, senza estinguere il reato), invece, che consente a molti detenuti di riacquistare la libertà.

Siccome è impensabile – per le ricadute sul piano della sicurezza e per le esigenze di tutela delle vittime – che si possa giungere a dichiarare estinti reati puniti con pene particolarmente gravi, quali quelli per cui sono in carcere la maggioranza dei detenuti (e cioè lo spaccio di droga, la rapina, l’estorsione etc), l’adozione di un’amnistia da sola avrebbe un effetto minimo sulla popolazione carceraria.

Sarebbe, quindi, necessario un indulto, l’ultimo dei quali – è giusto ricordarlo – adottato nel 2006, non solo ha scatenato una marea di polemiche (non sempre, in verità, giustificate), ma ha anche dimostrato come non fosse affatto risolutivo; a distanza di circa cinque anni gli istituti penitenzari sono sovraffollati molto più di prima.
Bisogna, quindi, pensare a misure che si occupino delle vere cause di un male, ormai endemico, e che possano avere effetti non solo contingenti.
Premessa di qualsivoglia intervento è una considerazione amara ma assistita da dati numerici inoppugnabili; in Italia vi è un tasso di criminalità, comune e d organizzata, elevato e non parificabile a quella delle altre nazioni europee.
Uno Stato che intenda perseguire una repressione efficace dei delitti dovrà dotarsi necessariamente di maggiori disponibilità di posti carcerari, a cui far fronte con la costruzione (o l’ultimazione) di nuovi istituti, che garantiscano ai detenuti, standard di vita decenti.
Contestualmente, però, siccome non ci si deve rassegnare alla persistenza della criminalità, bisognerebbe ricordarsi che i numeri di essa si riducono non solo con la repressione, ma anche (e forse soprattutto!), con interventi sul piano sociale che riducano le condizioni criminogene e la recidiva!
Entrambe le ricette, certamente utili nel medio e lungo periodo, ma che richiedono disponibilità economiche pubbliche molto difficili da reperire in questa temperie non precludono al legislatore e alla classe politica di poter adottare da subito atti pure capaci di incidere strutturalmente sul fenomeno.
In primo luogo, andrebbe evitato di collegare a tutti gli interventi in tema di sicurezza sanzioni repressive penali; così si è fatto, in un recente passato, ad esempio con la droga e con l’immigrazione clandestina, ma questo errore si continua a perpetrare; un esempio?
Nei giorni scorsi, quando è montata una legittima ondata di preoccupazione per l’aumento degli incidenti stradali mortali, i ministri competenti hanno indicato come ricetta, la creazione di un nuovo delitto (il cd omicidio stradale), laddove effetti preventivi migliori si potrebbero ottenere non tanto con la repressione dei reati già commessi, ma impedendo definitivamente a chi ha già posto in essere gravi infrazioni al codice stradale (come la guida in stato di ebbrezza), di poter riottenere la patente!
Allo stesso modo, potrebbero essere rivisti (e depenalizzati), alcuni illeciti che sono serviti più da strumento di propaganda, che per arginare davvero fenomeni criminali e che spesso hanno portato in carcere persone non realmente pericolose; ci si riferisce alle condotte collegate all’uso di droghe leggere o alle inosservanze ai decreti di espulsione degli extracomunitari illegalmente entrati in Italia.
Bisognerebbe, infine, ripensare al sistema delle sanzioni alternative al carcere, anche e soprattutto nella fase in cui il soggetto è in stato di custodia cautelare; in quest’ottica, ad esempio, perchè non riprendere la sperimentazione del braccialetto elettronico, indicato per un periodo come una panacea e poi subito dimenticato?
Quelli indicati sono solo alcuni dei rimedi adottabili, ma una cosa, bisognerà assolutamente evitare, e cioè far finta che il problema non esista; da solo, infatti, esso rischierà soltanto di aggravarsi ulteriormente e di portare (altro) disdoro alla immagine internazionale del Paese.   

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