“Il giudice antimafia, vocazione da boss” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di giovedì 1 dicembre 2011

Ascoltando distrattamente le notizie del telegiornale all’ora di pranzo, ho colto una notizia a metà, un pò nascosta dai temi ormai assolutamente dominanti dell’emergenza economica: arrestati su richiesta della Procura di Milano un magistrato, un medico, un consigliere regionale, un avvocato ed un sottufficiale delle fiamme gialle.
L’aver sentito che nel bollettino quasi quotidiano di arresti eccellenti vi fosse un collega mi ha ovviamente non poco colpito.
Non ce l’ho fatta ad aspettare il successivo tg e per capire meglio sono andato a spulciare subito siti e giornali on line, convinto che si trattasse, visti i soggetti coinvolti e l’ufficio inquirente settentrionale, di un’indagine per reati contro la pubblica amministrazione. In quella che è una vera e propria miniera di informazioni, apprendo, invece, che gli arresti sono avvenuti nell’ambito di un’indagine sulla ‘ndrangheta calabrese e sulle infiltrazioni al Nord, collegata a quella che alcuni giorni fa ha già visto condanne pronunciate in primo grado, per centinaia di anni di carcere. Fra gli arrestati vi sono, infatti, anche esponenti di una ‘ndrina, potente ed inserita nel mondo degli affari soprattutto al centro Nord.
Mi viene un pò da sorridere, pensando a chi fino a pochissimi mesi fa, anche da posti istituzionali di rilievo, continuava a negare l’esistenza delle infiltrazioni mafiose nelle “sane” realtà settentrionali.
Vado avanti per capire; il politico arrestato è consigliere della Regione Calabria ed è stato eletto nella lista a sostegno dell’attuale presidente; non me ne ricordavo, ma mi viene segnalato dal sito che un altro consigliere, della medesima maggioranza, era stato arrestato sempre per rapporti con la ‘ndrangheta mesi orsono.

La memoria deve farmi brutti scherzi, mi sembrava che la campagna elettorale era stata vinta in Calabria dal presidente, sollevando i vessilli delle battaglie per la legalità e contro le mafie! Arrivo poi al giudice e resto esterrefatto nel leggere il nome; si tratta di una persona nota agli addetti ai lavori, presidente di una sezione del Tribunale di Reggio Calabria, stimata per la grande competenza sul tema delicatissimo delle misure di prevenzione patrimoniali (per capirci sequestri e confische) antimafia; è indagato di corruzione e favoreggiamento ad una ‘ndrina; avrebbe avuto, in cambio di favori, aiuti per la carriera della moglie, assunta ai vertici burocratici della Regione Calabria. Vi è anche un altro magistrato indagato, non arrestato; su un altro sito trovo anche il testo di un’intercettazione con un boss in cui quest’ultimo giudice che parla di viaggi a Milano e di escort pagate dal boss. E’ come se ricevessi un pugno in faccia!
Ed ancora leggo che questo gruppo ‘ndranghetistico era quello che aveva la gestione del notissimo locale famoso per la dolce vita, già sequestrato mesi orsono, a Roma, il “Cafè de Paris”; in un’occasione, a metà degli anni 2000, un ex ministro, nè indagato nè sospettato di connivenze di nessun tipo, si era lì recato ad una manifestazione con il consigliere regionale calabrese, oggi arrestato, ed aveva – evidentemente ignaro di chi fossero i suoi ospiti – brindato a questi imprenditori, gestori del locale, indicati come l’espressione della Calabria migliore.
Siamo in una fase investigativa, in cui la presunzione di innocenza, che vale fino al giudizio in Cassazione, deve essere considerata ancora più forte; gli indagati – e mai come in questo caso me lo auguro ancor di più di cuore – avranno l’occasione di spiegare e forse di chiarire le loro posizioni, ma oggi c’è materiale che, prescindendo dalle responsabilità penali individuali, consente di riflettere.
L’indagine è, infatti, una sorta di rappresentazione perfetta di cosa sia oggi la criminalità mafiosa e di cosa sia quella zona grigia, spesso impalpabile e non visibile, da farla considerare a qualcuno un’invenzione di qualche investigatore invasato.

Se questa rappresentazione si traducesse in una fotografia o in un dipinto, si individuerebbero, invece, le varie facce e vesti della nuova mafia. Da un lato questi mafiosi (‘ndranghetisti o camorristi che siano) un pò tradizionali anche nel vestire, forse con abiti molto più dimessi e meno sgargianti di come li si immagina vedendo i film, dallo spiccato accento meridionale, spesso incolti ma furbissimi e molto bravi a capire dove investire i propri denari e tramite chi. Accanto a loro, con un atteggiamento molto diverso, a volte anche altero, in perfetta grisaglia o comunque in vestiti di alta sartoria quei personaggi che fanno da tramite, i cosiddetti uomini cerniera, spesso professionisti affermati che investono il denaro altrui e soprattutto mettono in contatto ambienti fra loro apparentemente lontanissimi. E dal lato opposto dell’ipotetica istantanea gli uomini delle Istituzioni (non solo politiche), coloro che dovrebbero portare alta la bandiera delle regole e che, invece, in qualche caso, si fanno invischiare in logiche di traffici e favori ed in altri appaiono un pò distratti nelle loro relazioni e frequentazioni personali.
E quel quadro sarebbe forse idoneo a far comprendere queste nuove mafie, sempre più camaleontiche, sempre più mimetiche, presenti, spesso indirettamente, ai banchetti che contano, capaci di far eleggere propri uomini nei consessi istituzionali importanti, di avvicinare personaggi della borghesia e delle istituzioni, di ottenere favori impensabili. Andrebbe visto, però, nel suo insieme quel dipinto e non guardato a sezioni, per scompartimenti stagni, preoccupandosi solo del lato in cui risultano effigiati quei loschi figuri della mafia militare. Nella sua inquietante complessità sarebbe capace di dimostrare l’incredibile pericolosità di un fenomeno che troppo frettolosamente si sta facendo passare in secondo piano, forse perchè non ci sono più morti e sangue per strada o forse perchè, per qualcuno, vale anche ancora il vecchio detto: pecunia non olet.

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Un pensiero su ““Il giudice antimafia, vocazione da boss” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di giovedì 1 dicembre 2011

  1. Ho capito solo che riuscire a difendersi dai rappresentanti di una zona grigia sempre più dilagante è diventata un’utopia. E cosa dire quando un privato cittadino incorre in un incidente giudiziario e deve affidarsi all’onestà prima di tutto intellettuale e poi professionale di uno di questi esponenti? Mi cadono le braccia al pensiero che il cittadino tenacemente legato ai propri valori ed ostinato in una condotta improntata all’affermazione quotidiana della propria dignità, personale e civica, venga a trovarsi puntualmente, complice una perversa realtà che lo vede tutt’altro che tutelato, in una posizione di debolezza nel momento in cui si ritrova paradossalmente a svolgere il ruolo di colpevole solo per aver fatto emergere il “grigio” di certe situazioni. Questo accade quotidianamente sia nella vita privata che in quella professionale, ogni qual volta ci si ostini a non voler chiudere il famoso occhio su irregolarità di vario genere.

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