“Il tramonto di Gomorra” – Raffaele Cantone, ne “L’analisi”, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di giovedì 8 dicembre 2011

L’arresto di Michele Zagaria, il più importante latitante di mafia (palma che si contendeva con il trapanese Matteo Messina Denaro), è un fatto importantissimo, atteso e sperato non solo negli ambienti investigativi, ma anche da moltissimi cittadini qualsiasi. Era, in verità, nell’aria che le indagini della Dda di Napoli e della Polizia stessero per avvicinarsi al covo caldo in cui si nascondeva “cuoll stuort”.
A tal punto che il Procuratore Lepore, uomo sempre cauto nelle sue affermazioni, sabato scorso parlando al convegno organizzato dal Comune di Napoli aveva pronosticato di poter “festeggiare” quest’arresto, prima che maturasse il giorno della sua pensione, fissato per il prossimo 14 dicembre.
Zagaria è stato arrestato in casa di un incensurato, un insospettabile non noto alle forze dell’ordine, sita nel piccolo paese del Casertano dove ha iniziato la carriera criminale (Casapesenna) e dove probabilmente è (quasi) sempre rimasto durante la sua lunghissima latitanza di oltre 16 anni. Circostanze, queste, che possono meravigliare soltanto i non addetti ai lavori; un capocosca, pur muovendosi con logiche sempre più moderne di tipo ormai imprenditoriale, non può comunque fare a meno di mantenere il contatto con il “suo” contesto che gli può permettere di individuare luoghi e persone sicure per una latitanza duratura come la sua.

La cattura del latitante, merito di un’indagine lunghissima e perfetta che ha utilizzato tutti i più moderni e sofisticati strumenti tecnici certifica, a mio modo di vedere, la fine del più importante clan camorristico campano, quello divenuto famoso come “gomorra” perchè identificato con il titolo del fortunatissimo libro di Saviano.
Quel sodalizio che a differenza di tutti gli altri ha una data di nascita precisa – e cioè il 26 maggio 1988, giorno in cui venne ammazzato Antonio Bardellino – con ieri ha (forse) anche una data di chiusura della ditta, almeno intesa in quei tratti che l’avevano caratterizzata.
Zagaria, infatti, era l’ultimo esponente in libertà di quel gruppo nato e formatosi attorno a Bardellino e che da questi aveva mutuato la vocazione agli affari ed al reinvestimento dei proventi nelle imprese edili e nei servizi ed il legame quasi indissolubile con pezzi della politica e delle istituzioni.
Ed in questo senso la coincidenza con gli arresti avvenuti l’altro giorno di alcuni dei referenti del mondo istituzionale ed imprenditoriale, ulteriormente fornisce la riprova quasi plastica che la pagina è stata voltata.
Ovviamente, questa considerazione – che è un’idea di chi, come me, ormai guarda da lontano le vicende criminali e che come tale potrebbe essere anche non corretta – non significa affatto che l’arresto di ieri abbia liberato quel territorio dalla camorra. Già da altre recenti indagini della Procura partenopea – che ha dimostrato di riuscire ad ottenere risultati eccezionali su tutti i fronti del potere mafioso – emerge una nuova struttura operante su quel contesto, composta di giovanissimi legati in qualche caso con vincoli di parentela ai boss in carcere, particolarmente violenti e dediti all’uso di cocaina che riempiranno gli spazi inevitabilmente vuoti, ricominciando dalle estorsioni a tappeto e dalla gestione (palese e senza più infingimenti ipocriti del precedente gruppo) del traffico di stupefacenti.
Bisognerà capire se e fino a che punto queste nuove leve erediteranno quel fitto tessuto di legami con i mondi altri e se essi saranno gli interlocutori di un sistema affaristico-mafioso che ha messo radici non solo nella provincia di Caserta ed in Campania e che non viene automaticamente ereditato con l’arresto di ieri.

Ci vorrà ovviamente del tempo per comprendere dinamiche non certo lineari e razionali come quelle criminali; oggi si può comunque fare un’altra considerazione: non credo di esagerare se considero l’arresto di Zagaria una vera iniezione di fiducia e di ottimismo per un paese in enormi difficoltà. Dimostra in modo plastico come le istituzioni (i cosiddetti apparati) siano in grado di assicurare risultati importantissimi anche in assenza di vertici ministeriali che vogliano intitolarsi meriti esclusivi ed in momenti in cui lo Stato nel suo complesso pare barcollare sotto il peso di una clamorosa crisi economica.
Ne ho avuto riprova ieri mattina, quando, come relatore di un convegno sulla corruzione al ministero degli Esteri dove partecipavano tutti i vertici di quel dicastero e a cui era presente il ministro della Funzione pubblica, dovendomi scusare di aver risposto al cellulare, ho spiegato la ragione della telefonata.
Nella sala è risuonato un applauso convinto e liberatorio da parte di una platea che, pur sentendo il fenomeno “mafie” come realtà lontana, ha colto nel successo investigativo un segnale di un’Italia che malgrado tutto, vuole farcela.

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