“L’altra metà della luna”: il ruolo della donna nelle associazioni mafiose. Di Danielle Sansone

Da sempre, il ruolo della donna all’interno delle cosche è oggetto di studio prediletto da sociologi e magistrati  i quali attraverso le loro acute analisi hanno potuto osservare come la posizione della donna nelle organizzazioni si sia sviluppata ed evoluta nel corso degli anni. Anche dal mio punto di vista, che è la posizione di una studentessa di legge, la figura femminile all’interno delle associazioni mafiose ha costituito oggetto di una prima analisi e di contatto con il mondo mafioso. Parlare della figura femminile, non significa solo affrontare lo studio di una “donna mafiosa”, significa anche più intimamente affrontare ed entrare in un ottica materna all’interno della quale si uniscono e confondono assieme valori mafiosi e valori non mafiosi. La donna non è solo vista come muta compagna di un uomo d’onore ma ad essa è riservata una posizione delicata nell’ambiente domestico: quella di essere una sorta di culla della mafiosità; ad essa è deputata la trasmissione di valori tipicamente mafiosi come il culto del rispetto nella sua accezione più negativa del termine e dell’onore che caratterizza e differenzia la posizione dell’uomo d’onore rispetto all’uomo comune; e a questo ruolo così delicato non può essere chiamata una qualunque donna ma solo colei che già proviene da un ambiente mafioso.  

Gli studi scientifici sul ruolo della donna nelle associazioni mafiose hanno visto molti contributi da parte di studiose impegnate in quella che è la antimafia culturale: tra queste l’opera di divulgazione scientifica proposta dal Centro di documentazione antimafia Peppino Impastato , in particolare nella persona della Professoressa Anna Puglisi che ha tratteggiato una descrizione della donna nella sicilianità e nella mafiosità siciliana e da cui questo modesto studio prende le mosse. Il Centro ha pubblicato un bellissimo libro sulla figura di Felicia Impastato, madre di Peppino Impastato, una donna  che visse l’altrà metà della luna:  la famiglia di sangue e quella mafiosa due entità che non avevano autonomia, ma che si intrecciavano fino a fondersi e a diventare un tutt’uno. Felicia è stata la donna che più di ogni altra ha conosciuto i valori della mafiosità avendo accanto un marito che era uno dei soldati del Boss di Cinisi ma che al contempo è riuscita a trasmettere la capacità di ribellarsi a Peppino che mai ha condiviso o abbracciato in toto la mentalità della sua famiglia.

Petra Reskij, giornalista tedesca da sempre interessata alle dinamiche dello sviluppo della criminalità organizzata italiana, ha pubblicato di recente un libro intitolato “Rita Atria: La picciridda dell’antimafia” che ha voluto raccontare la storia della piccola Rita Atria che nascendo in una famiglia mafiosa è riuscita a dissociarsi e a divenire collaboratrice sotto la paterna protezione di Paolo Borsellino che la amò più di un padre. Di questa figura così dolce ma dura al contempo, ha scritto anche Antonio Ingroia nel suo ultimo lavoro letterario “Nel labirinto degli Dei” : Ingroia non si limita ad una descrizione solo giudiziaria della collaborazione ma ha voluto porre l’attenzione ai sentimenti che albergano nel cuore e nella mente di questa picciridda che ribellandosi ad una famiglia e ad un destino sceglie di allontanarsi dal nido familiare per far si che la sua collaborazione possa portare ad un trionfo della giustizia sulla mentalità mafiosa. Il suo sacrificio avvenuto dopo la morte di Paolo Borsellino è paradigmatico di una consapevolezza profonda che vive nel cuore  della piccola Rita: quella che lo Stato non sarebbe mai riuscito a sconfiggere la mafia e che nemmeno questa sua scelta avrebbe condotto ad un nuovo corso. Memorabili sono le sue parole: “Forse un mondo onesto non esisterà mai ma chi ci impedisce di sognare forse se ognuno di noi prova a cambiare forse ce la faremo”.

Per analizzare la donna nella mafia, punto di partenza irrinunciabile è l’etimologia del termine “mafia” che ha già nella sua radice di derivazione araba la presenza di un elemento che denota la componente della “femminilità”. Il termine mafia in arabo significa baldanza , spavalderia. Giuseppe Pitrè invece ne vuole sottolineare un altro aspetto legato ad una concezione più vicina a quella che era la realtà sociale siciliana: secondo questo autorevole studioso, la parola mafia utilizzata nei quartieri popolari palermitani aveva come significato “bellezza” ed “eccellenza”. Inoltre sottolineava un altro aspetto di quella che poteva essere una componente tipicamente maschile ovvero l’esagerato concetto della forza individuale, la coscienza del proprio essere. Quindi racchiuso in un unico termine convivevano i due aspetti che poi nella trasposizione sociologica rimangono circoscritti in due mondi diversi,quello della maschilità e  della femminilità.

La concezione della donna nella mafia non può inoltre trascendere da quella che è la società siciliana sia antica che moderna. Una società, all’interno della quale si sono sviluppati i primi episodi di mafia, che poggiava le sue basi su un economia rurale e contadina. La famiglia  al suo interno attribuiva in fondamentale ruolo del dominus al pater familias che conduceva e governava tutte le logiche della casa. Mentre alla donna era affidato il compito di cura della casa e dell’educazione dei figli e non poteva essere parte di nessuna decisione importante ma doveva sottostare alle decisioni del marito o del padre.  Questa  posizione subalterna  la relegava a mera custode del  focolare domestico, ad un silenzio rassegnato e in armonia con la concezione mafiosa, poteva essere letta anche attraverso lo schema antropologico del codice onorifico.La storia però ci ha lasciato in eredità altre letture del ruolo della donna nella società siciliana: si pensi ad esempio al ruolo fondamentale assunto dalla donna nei fasci siciliani.

Pitrè aveva sottolineato alcuni aspetti della mafiosità che denotano una caratteristica prettamente maschile dell’universo mafioso. L’esagerata concezione dell’io quella che Hesse avrebbe poi definito come “ipertrofia dell’io”. La mafia formalmente è una organizzazione maschile che rispecchia pienamente l’organizzazione sociale siciliana; nonostante questa col tempo abbia subito dei processi evolutivi che hanno visto emergere anche la donna e inquadrarla in una situazione di affrancamento dalle logiche maschiliste, Cosa Nostra siciliana ha conservato intatti i suoi canoni legati ad un tradizionalismo estremo. Pochi sono i casi di donne boss, se non quello legato alla figura di Giusy Vitale che è riuscita a coordinare gli affari di famiglia dopo l’arresto dei fratelli. La storia di questa donna ci ha consegnato poi una testimonianza di donna pentita che collaborando con la legge ha potuto far scoprire agli inquirenti una mafia al femminile nelle logiche organizzative, ma al contempo una mafia liquida che ha saputo per un attimo derogare ai canoni tradizionali e a conformarsi alla società in continua evoluzione.

Un altro esempio di donna di mafia può essere offerto da Ninetta Bagarella che a differenza di Giusy Vitale, non aveva in mano le redini di una famiglia , non poteva essere definita una boss in gonnella, ma attendeva al ruolo di moglie del boss Totò Riina e ricopriva il ruolo di madre dei figli del boss corleonese con serietà e cura. Ha cresciuto i figli in latitanza e ha trasmesso loro le regole fondamentali del codice onorifico mafioso legate al culto del rispetto e dell’omertà. A Ninetta Bagarella, va riconosciuto anche il ruolo di una donna capace di custodire i segreti di una famiglia di mafia e per questo motivo è stata la prima donna ad essere proposta per il confino,misura di sicurezza prevista dalla legge 575 del 1965, per la sua presunta attività in favore della cosca corleonese.

Il confronto che ho operato ad inizio trattazione e cioè la similitudine tra l’etimologia della mafia e il ruolo della donna ricoperto nella società siciliana mi consentono di operare una comparazione tra la mafia siciliana e laN’drangheta calabrese che invece contempla  dinamiche differenti , figlie di concezioni diverse e della società calabra e della associazione criminale. Il termine n’drangheta deriva dal greco “andragatia”  che significa “virilità , coraggio , rettitudine”

(Cfr Relazione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare : Relazione Annuale sulla N’drangheta , Relatore On. Francesco Forgione).

“L’andragatia  è la qualità dell’uomo coraggioso , retto e meritevole di rispetto e la n’drangheta storicamente ha sempre cercato il consenso presentandosi come portatrice  di questi valori popolari ed in particolare di un sentimento di giustizia e pordine sociale che i poteri legali non erano in grado di assicurare , in ciò manipolando strumentalmente la sfiducia delle popolazioni nei confronti dello Stato e delle sue Istituzioni.”Dapprima organizzazione sconosciuta nelle sue forme e nelle sue dinamiche , si discosta profondamente da Cosa Nostra e cela una veste complessa e dinamica che non si limita solo a presentarsi come una  organizzazione composta da contadini , ma vuole assurgere a vera e propria elite che “tende all’occupazione delle gerarchie superiore della scala sociale”.Come accade in Cosa Nostra anche nella n’drangheta si individua una predilezione per i legami di sangue che potevano consacrarsi sia nella nascita ma anche attraverso matrimoni. Di esempi in tal senso se ne possono citare molti:  Francesca Citarda e Giovanni Bontade ,vero e proprio matrimonio di mafia come definito dagli inquirenti.

Nel provvedimento che richiedeva l’applicazione della misura del soggiorno obbligatorio ai sensi di quanto prevedeva la legge Rognoni -La torre si scriveva che“Il matrimonio tra Francesca Citarda e Giovanni Bontate viene richiamato nel rapporto della questura come un evidente patto tra famiglie mafiose. Non vi è dubbio che molti matrimoni tra appartenenti a famiglie mafiose sono fatti per consolidarne il potere, ma anche questo, come dicevamo, non è uno specifico della mafia: la storia è piena di matrimoni di convenienza fatti per ragioni di potere o per accumulare ricchezze, rare volte con il consenso, più spesso contro la volontà delle donne. Per il pubblico ministero che fa la richiesta di soggiorno obbligato per Giovanni Bontate e per la moglie, il patrimonio dei due sarebbe in larga parte di origine illecita, costituito con il denaro del traffico di droga e il successivo riciclaggio.

Il Tribunale di Palermo, presieduto dal giudice Michele Mezzatesta, accoglie la richiesta soltanto per Giovanni Bontate e respinge la richiesta di soggiorno obbligato e la confisca dei beni per Francesca Citarda, con una sentenza che provoca le proteste da parte delle associazioni femminili, come l’Associazione delle donne contro la mafia e l’UDI. Si legge nella sentenza:”… pur nel mutevole evolversi dei costumi sociali, non ritiene il Collegio di poter con tutta tranquillità affermare che la donna appartenente ad una famiglia di mafiosi abbia assunto ai giorni nostri una tale emancipazione ed autorevolezza da svincolarsi dal ruolo subalterno e passivo che in passato aveva sempre svolto nei riguardi del proprio “uomo”, sì da partecipare alla pari o comunque con una propria autonoma determinazione e scelta alle vicende che coinvolgono il “clan” familiare maschile. Troppo lontane per ideologia, mentalità e costumanza sono le cosiddette “donne di mafia” dalle “terroriste” che purtroppo hanno avuto un ruolo di attiva partecipazione alle bande armate che tuttora attentano alla sicurezza dello Stato e all’ordine democratico” (Tribunale di Palermo, 1983).” (Cit. Appunti sulla ricerca del Centro Impastato su “Donne e mafia”, Anna Puglisi ).

La relazione presa da punto di osservazione, poi  si spinge in una descrizione della struttura interna della N’drangheta, dove essenziale si rivela la famiglia la cellula base, la cosiddetta N’drina che trova nel capo bastone il suo punto di riferimento. All’interno di questa struttura che valorizza il legame familiare, la donna trova una sua sede privilegiata rispetto alla posizione occupata nella famiglia mafiosa siciliana.  Segno di una apertura di veduta nel modo di concepire la società che non rimane legata ad una visione totalmente antropocentrica e maschilista ma che invece valorizza l’apporto e l’operato della donna anche nella gestione dei traffici illeciti. Nella realtà criminale calabrese , le donne , hanno svolto un ruolo importante: attraverso i matrimoni  perché hanno consentito al rafforzamento della cosca; ma soprattutto perché attraverso una scalata sociale all’interno della organizzazione e complici le defezioni dei rispettivi mariti (ascrivibili allo stato di latitanza o di detenzione carceraria) sono riuscite a gestire sia i traffici della famiglia e al contempo a ricoprire ruoli oggettivamente rilevanti.  Nella gerarchia interna si è rilevato che le donne hanno raggiunto un ruolo subordinato a quello maschile quello di Sorella d’Umiltà, che costituisce una novità rispetto a Cosa Nostra che a parte l’episodio di Giusy Vitale non ha mai visto uno stabile inquadramento gerararchico delle donne nelle sue file.

Il ruolo della donna nella mafia non può definirsi unitario. Anzi presenta diverse sfaccettature tutte quante utili per comprenderne al meglio l’evoluzione e capirne l’essenza. Donne madri , figlie di mafia , madrine , supplenti , fedeli compagne, madri dolci e protettive, ma ciò che le unisce è la tutela di quei canoni mafiosi su cui si regge la cosca e sui quali si propone di andare avanti a svilupparsi e a fondersi nella società civile.

Sono diversi tra di loro questi ruoli che ci consegnano la visione di donne che pur nel silenzio proteggono e a volte condividono le scelte dei mariti. Ma  sono  anche ritratti di donne che decidono di togliersi la vita quando uno dei componenti sceglie l’unica vera strada verso la libertà dai meccanismi di questa Entità del male , ovvero , la collaborazione con la giustizia. Mi riferisco al caso di Vincenzina Marchese donna di rispetto che sposa Leoluca Bagarella nel 91 , consolidando un’ alleanza tra due famiglie mafiose che tenevano le redini di vari traffici o meglio le sorti di tutta Cosa Nostra. Vincenzina Marchese si toglierà la vita subito dopo l’inizio della collaborazione con la giustizia del fratello. Ma vi è un’altra motivazione che spingerà questa donna a togliersi la vita. L’impossibilità di dare un erede a Leoluca Bagarella.
Secondo quanto afferma il pentito Tony Calvaruso , la donna imputerà alla azioni nefande del marito la sua impossibilita nel procreare: il pentito dirà alle autorità giudiziarie che la sua impossibilità nel rimanere incinta è ascrivibile al fatto che il marito uccideva i bambini e che per questo Dio la puniva.

Le donne che invece sono poste al di fuori di questa visione bagnata di sangue e poggiata su canoni inversi a quelli ordinari , sono quelle che vengono definite Donne dell’antimafia. Sono coloro che per via della loro posizione assunta nel sistema si sono poste l’obiettivo di sconfiggere la mafia e liberare la società. Sono quelle che hanno assunto un ruolo preminente nel movimento antimafia , ma sono anche quelle che silenziosamente hanno appoggiato la missione del proprio uomo , come ad esempio Francesca Laura Morvillo. Lei non era un giudice antimafia ma la mafia l’ha vissuta con suo marito , semplicemente stando al suo fianco e morendo sventrata dal tritolo sull’autostrada Palermo- Capaci. Il mio pensiero , a chiusura di questo lavoro , va proprio a questa donna. Una donna forte e fragile al contempo che riesce a comprendere le emozioni e le sensazioni negative che percepiva stando accanto a Giovanni Falcone. Una donna che ha rinunciato a molte cose per amore suo ma che ha vissuto questo amore con gioia e felicità. L’amore di Giovanni e Francesca , è eterno e va oltre il tempo e lo spazio e vive  nell’animo di chi ha scelto di portare avanti questa battaglia non solo con la testa ma anche con il cuore.

Danielle Sansone
Rappresentante Coordinamento Giustizia e Legalità, Sostegno Concreto alla Magistratura.

Note bibliografiche:

Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato” – Onlus:  Appunti sulla ricerca del Centro Impastato su “Donne e mafia” di Anna Puglisi e Umberto Santino;

Relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa e similare;

Relazione Annuale “ N’drangheta” Relatore On. Francesco Forgione;

Antonio Ingroia, “Nel labirinto degli Dei – Storie di mafia e antimafia”, ed. Il saggiatore 2011.

Annunci

Un pensiero su ““L’altra metà della luna”: il ruolo della donna nelle associazioni mafiose. Di Danielle Sansone

  1. Eccellente elaborato della nostra Danielle : per contrastare una simile fenomelogia, non si può far altro che studiarne tutte le ‘sfaccettature’. Questo trattato di Danielle e’ il prodotto di un’attenta analisi che non può prescindere l’attenta lettura da parte di ‘Chi’ come Lei e’ schierato in ‘prima linea’ contro ‘la piovra’ . Un prezioso strumento a ministero di una giovane operatrice della legalità : Danielle per tutti noi che ‘crediamo’ ,continua a fornire materiale di facile lettura ma di importanza strategica per chiunque voglia seriamente comprendere le radici di una pandemia sociale cui nessuno può sentirsi immune. Complimenti Danielle e non solo per questo prodotto eccellente, bensì per i gruppi da Te coordinati , per tutte le sinapsi che hai messo in ‘campo ‘ contro il fenomeno mafioso a 360 gradi ma soprattutto per la ‘vera speranza ‘che ad oggi’ una giovane componente della società civile ovvero una rappresentante del ‘Futuro ‘ e non solo di nobili ideali di un passato , dona a chiunque abbia la voglia di leggere!
     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...