“Sviluppo possibile senza aiutare i clan” – Raffaele Cantone, ne L’analisi, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di lunedì 9 gennaio 2012

A seguito della campagna stampa promossa da questo giornale, si è appreso che il presidente del Consiglio Monti ha convocato governatori e sindaci meridionali per il 17 gennaio per valutare con loro quali provvedimenti siano possibili per avviare un programma di sviluppo economico.
Si tratta di una decisione che anche solo sul piano simbolico rappresenta un’importante inversione di tendenza, correggendo lo strabismo delle politiche precedenti e questo fa ben sperare sul fatto che non si sia in presenza del purtroppo noto “effetto annuncio”.
Negli articoli di questi giorni sul Mattino, dopo il fondo del direttore che aveva posto con forza il tema, si è cercato di fornire qualche suggerimento.
Tenendo conto di quanto la coperta sia davvero corta.
Ieri, nell’articolo del professor Calise faceva capolino uno dei problemi che da sempre sono la palla al piede del Sud, e cioè la presenza di una forte criminalità, accompagnata da una paesante inefficienza burocratica; due fenomeni che hanno fra loro un rapporto biunivoco di causa ed effetto che li rende purtroppo inscindibili.
Tra le tante affermazioni importanti di Calise, ce ne è una da cui credo si possa partire per una breve riflessione; l’ingomabrante presenza della criminalità organizzata (il convitato di pietra o il fattore “c”) non può diventare un alibi per non intervenire. E’ una considerazione che non solo è condivisibile ma, a ben riflettere, rappresenta essa stessa la prima ragione per cui l’intervento del governo è indispensabile.

Nelle pagine economiche di ieri si leggeva, infatti, di uno studio del Cna sulle difficoltà di ottenere credito per le piccole e medie imprese e si aggiungeva come al Sud essa sia quasi insormontabile; gli istituti bancari non vogliono proprio saperne di aprire i cordoni della borsa per finanziare le attività economiche meridionali.
Si aggiunge, quindi, alla generalizzata crisi economica – ormai trasformatasi in vera recessione, con il calo generalizzato dei fatturati in ogni settore – una maggiore difficoltà locale di ottenere credito.

E’ un mix pericolosissimo e molti imprenditori meridionali ne sono consapevoli ed atterriti; si aprono, infatti, spazi enormi alle mafie; i clan che hanno entrate assicurate (gli economisti direbbero “anticicliche”) dalle attività illecite, in primis lo spaccio della droga, possono mettere sul meracato le loro disponibilità, facendo shopping di imprese sane a prezzi di occasione o entrando in modo preponderante nel capitale effettivo di esse.
Le mafie del resto portano in dote anche un know how molto “utile”, per vincere la concorrenza; hanno gli argomenti per risolvere vertenze con i dipendenti (imponendo ad esempio paghe più basse senza problemi sindacali e senza accordi stile Pomigliano), con i fornitori ed i debitori ed hanno le giuste introduzioni nel settore delle istituzioni che consentono di superare le pastoie burocratiche.
Imprenditori spregiudicati o con l’acqua alla gola potrebbero considerarli partner molto “interessanti”.
Il governo non può sottovalutare questo rischio e deve scongiurarlo dando ossigeno (che significa occasioni di lavoro) agli imprenditori onesti; in caso contrario avranno ragione le cassandre che preconizzano dopo la crisi un’imprenditoria mafiosa ancora più forte.

C’è, poi, un’altra prospettiva in cui bisogna tener presente dei convitati di pietra sopra evocati; bisogna stare attentissimi che le risorse destinate al sud non siano l’ennesima occasione di ingrassare cricche affaristiche (non solo meridionali, vista l’esperienza del passato), che intrecciano stretti rapporti con le mafie.
E’ un pericolo che non bisogna avere paura di evocare, temendo che sia l’alibi di cui parla Calise; le persone che vogliono davvero che il Sud cambi devono pretendere che la questione meridionale non sia l’occasione di altre ruberie; non basta accontentarsi delle briciole, consapevoli che le portate vere andranno altrove. E qui, rispetto al passato, il governo ha un enorme vantaggio; essendo tecnico non dovrà andare all’incasso di un certo tipo di voti e potrà fare scelte libere, inequivocabili e, perchè no, draconiane. Potrà blindare le risorse per il Sud, con procedure che senza appesantire troppo, consentano controlli effettivi su tutti i momenti delle spese, soprattutto quelle che riguardano le infrastrutture; ciò che è accaduto per gli appalti sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria (e per quelli meno recenti della Tav) non deve più ripetersi.

Ed allora, senza timore di scontentare qualcuno (ad esempio, qualche amministratore locale che vorrebbe approfittare per avere mani libere sulle spese), pensi a procedure straordinarie, ma non certo per attenuare il rispetto delle regole; tutto passi attraverso una stazione appaltante centrale, garantita da presenze indipendenti, che setaccino i requisiti dei soggetti aventi titolo alle risorse, verificando chi siano gli effettivi beneficiari. E questa è forse una delle ultime occasioni che il Sud ha per svoltare; c’è da sperare che non venga sprecata anche con comportamenti egoistici e suicidi degli esponenti della classe dirigente meridionale.

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