“Inno al boss, lo scandalo neomelodico” – Raffaele Cantone, in “Riflessioni”, su Il Mattino di Napoli di mercoledì 8 febbraio 2012

Ieri il sito del Mattino, accanto alla notizia dell’ennesima operazione anticamorra nel napoletano (questa volta riguardante uomini del clan Ascione Birra operanti ad Ercolano, paese a sud di Napoli), ne riportava un’altra abbastanza insolita.
Frai soggetti indagati, per i quali però il gip non aveva autorizzato l’arresto, vi era anche un cantante neomelodico; fin qui, si potrebbe dire, nessuno stupore visto che non è la prima volta che ciò accade. Del resto, si potrebbe aggiungere, è difficile trovare una qualche categoria professionale che non annoveri suoi esponenti fra i soggetti sospettati di collusioni.
La novità era nell’imputazione.
Al giovane cantante era ascritto il reato di concorso in istigazione a delinquere.
Con riferimento ad una canzone da lui interpretata dal titolo inequivocabile, “il capoclan”.
Nell’articolo del giornale on line si spiegava che la canzone inneggiava alla camorra e dava un’immagine tutta positiva del boss, giustificando, persino, l’omicidio di chi tradisce o si pente.
La stranezza dell’imputazione mi ha spinto a guardare il videoclip allegato; volevo sentire con le mie orecchie le parole per verificare se era esagerata la chiave di lettura del giornalista.
La canzone, cantata in un dialetto napoletano abbastanza comprensibile anche per i non autoctoni (nel video, comunque, ci sono le didascalie in italiano), era accompagnata da immagini montate in modo certamente artigianale, ma da persona esperta nel ramo e che aveva evidentemente prodotto qualcuno dei tanti video che accompagnano le performance canore dei neomelodici.
Le parole del testo erano inequivocabili; il capoclan veniva descritto come un uomo sfortunato, che aveva scelto di delinquere per reagire alle traversìe della vita, una persona meritevole di rispetto ed obbedienza cieca anche se da ordini di morte, un uomo dedito integralmente alla famiglia, timorato di Dio al quale dal carcere raccomandava i figli – aggiungendo, però, che dove Dio non arriva, a lui non era precluso giungere! – un dispensatore di giustizia e prebende per i poveri e bisognosi.

Ammetto di averlo visto e ascoltato più di una volta e più sentivo il testo più mi rendevo conto che sarebbe sbagliato minimizzare e banalizzare l’accaduto, riducendolo ad una manifestazione oleografica o persino folcloristica.
Quella canzone – che con le sue parole ed i suoi pensieri semplici, con la sua musica fatta di poche note ma orecchiabile – ha non solo una indiscussa capacità di fare presa in alcuni contesti sociali, ma esprime una filosofia di vita molto più diffusa di quanto si possa credere.
Per certi ambienti, la camorra – o meglio ” ‘O sistema ” – sono considerati occasioni di lavoro e persino di riscatto sociale (direbbero i sociologi colti: un “ascensore sociale”) ed in cui la figura del capoclan, lungi dall’essere vista come quella di un criminale che estorce, spara ed ammazza, è ritenuto un vincente, uno che è riuscito ad aemergere, un esempio da additare e da seguire.
La canzone, quindi, traduce in musica un sentimento condiviso e diventa un enorme spot per la criminalità, capace, quindi, sia di dimostrare l’esistenza di un vasto consenso sociale, si di generarne, attraverso la mitizzazione degli uomini dei clan, altro ancora.
Non intendo, ovviamente, in alcun modo con queste considerazioni criminalizzare l’intera categoria dei neomelodici, nell’ambito della quale vi sono artisti seri e di valore che hanno ottenuto un meritato successo che va ben oltre il napoletano; è però giusto ricordare come non è la prima volta chei testi da qualcuno di questi cantanti esaltassero figure criminali; è diventato quasi un must, la canzone dal titolo che non merita commenti, ” ‘O latitante “.
Mi interessa poco affrontare qui il problema se il cantare una canzone inneggiante ad un capoclan integri davvero il reato di istigazione a delinquere; ci sarà un giudice che lo deciderà.

Da parte mia, che non ho mai amato i reati di opinione e che ho sempre creduto che le opinioni errate o aberranti, per quanto pericolose, andassero combattute non con la criminalizzazione, ma con la forza degli argomenti, credo che sia indispensabile dire con chiarezza e ad alta voce altro.
Chi canta questi inni del male, così come chi li scrive, li produce, li commercializza speculandovi, è sul piano morale ed etico non solo complice della camorra, ma corresponsabile delle scelte di tanti ragazzi che si illudono con i lustrini del “sistema”, convinti di imboccare la scelta del denaro e del successo, per poi accorgersi troppo tardi di essere niente altro che massa di manovra in mano a criminali spietati o persino carne da macello.

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