“Concorso esterno, l’equilibrio possibile” – Raffaele Cantone, in Riflessioni, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di martedì 13 marzo 2012

La sentenza della Cassazione sull’on. Dell’Utri e soprattutto alcune frasi estrepolate (“al concorso in associazione mafiosa ormai non ci si crede più”) dalla lunga ed articolata requisitoria del sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello hanno scatenato polemiche e riaperto il dibattito sul “concorso esterno” in associazione mafiosa.
Ma cos’è davvero questa entità (“concorso esterno”), di cui si discute da anni e che per molti critici (non sempre disinteressati) sarebbe impalpabile o persino inesistente?
Sul punto squisitamente tecnico è il reato che si forma mettendo insieme la norma sul concorso di persone nel reato (art. 110 c.p.) con quella sull’associaizone mafiosa (art. 416 bis c.p.); con tale combinazione diventano punibili soggetti che non sono parte integrante di un’associazione mafiosa, e , quindi, persone diverse da quelle indicate espressamente dall’art. 416 bis c.p. (detti convenzionalmente “concorrenti interni” o “intranei”) e cioè gli associati, i capi, i promotori e i dirigenti dell’organizzazione.
La norma sul concorso di persone consente, infatti, di punire anche chi non pone direttamente in essere l’azione delittuosa; per esemplificare: se tizio istiga una persona a commettere un omicidio ed il soggetto da lui convinto lo pone in essere, solo quest’ultimo commette il reato, ma l’istigatore ne risponderà come concorrente, e con la stessa pena, grazie proprio all’art. 110 c.p.
Se è abbastanza semplice (ma non lo è, purtroppo, nemmeno sempre) costruire il concorso rispetto ad un delitto come l’omicidio, che ha una materialità evidente, lo è molto meno quando si tratta di individuarlo rispetto ad un reato associativo, in cui ciò che si punisce non è un’azione, ma un’organizzazione delinquenziale.
Per comprendere la complessità del problema giuridico e le enormi discussioni che ruotano intorno ad esso, basta ricordare come dal 1993 al 2005 (un tempo relativamente breve per la giurisprudenza) sono intervenute per ben 4 volte le Sezioni Unite della Cassazione e cioè il massimo organo della giustizia italiana, quello chiamato a dirimere i contrasti insorti nella giurisprudenza.
Le Sezioni Unite predette, con l’ultima sentenza del 2005, pronunciata in un giudizio in cui imputato era l’ex ministro DC, Calogero Mannino, hanno delineato i tratti del cd concorrente esterno; si tratta di colui che, pur non essendo parte dell’organizzazione mafiosa, fornisca un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, a carattere indifferentemente occasionale o continuativo, che abbia come effetto quello di conservare o rafforzare l’associazione criminale.
Traducendo il “giuridichese” in linguaggio comprensibile, diventano, quindi, punibili quei soggetti che non fanno parte integrante della mafia, ma che forniscono dall’esterno un aiuto spesso vitale per le organizzazioni medesime; esempi concreti, tratti dall’esperienza giudiziaria, di soggetti di tal tipo sono l’uomo delle istituzioni che aiuti i vertici di un clan ad evitare le condanne giudiziarie o ad ottenere appalti o lavori pubblici; il professionista o l’appartenente alle forze dell’ordine che porti agli adepti i messaggi del boss detenuto in 41 bis.

Reprimere comportamenti come questi è indispensabile ed irrinunciabile; i concorrenti esterni, i cd colletti bianchi, rappresentano un punto di forza delle organizzazioni malavitose, essendo il trait d’union con la società civile e con il mondo dell’impresa e nelle istituzioni. Una lotta alla mafia che facesse a meno di occuparsi di questo aspetto sarebbe decisamente inefficace!
Nella pratica, però, capita spesso che ciò che emerge nei confronti dell'”estraneo” non sia un singolo, evidente, specifico contributo agevolatore, come quelli sopra indicati, ma una somma di più comportamenti, di vicinanza e connivenza con le organizzazioni o con singoli suoi esponenti, che presi singolarmente possano essere non rilevanti, ma che complessivamente valutati possano cambiare di significato e trasformarsi in un concreto ausilio per il sodalizio.
E’ in ipotesi come queste che appare meno palpabile il comportamento effettivamente incriminato, rischiandosi di scivolare verso un’eccessiva indeterminatezza.
Proprio per evitare che ciò accada e si propone da tempo (ed oggi si rilancia l’idea) di introdurre una norma che tipizzi gli atti rilevanti dell’estraneo, stebilendo espressamente quali comportamenti di contiguità siano meritevoli di sanzione penale.
E’ una posizione che tende ad una maggiore certezza del diritto, su cui in astratto si può convenire e ragionare, senza scontri e pregiudizi ideologici, a condizione però, che, anche attraverso il coinvolgimento degli studiosi e degli addetti ai lavori, si riesca a trovare il giusto punto di equilibrio sull’individuazione di quali comportamenti oggettivamente fvoriscano la mafia; la futura norma scritta, infatti, non dovrà rappresentare, in nome di un presunto passo in avanti nella tutela delle garanzie dei cittadini, un enorme passo indietro nel contrasto alle mafie.

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