“Il sistema è marcio, serve pulizia subito” – Raffaele Cantone, ne L’analisi, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di martedì 20 marzo 2012

Capita spesso quando si discute, nel corso di dibattiti e convegni, della “zona grigia” o degli “uomini cerniera”, per indicare quei personaggi che fanno da tramite fra mafie e mondo dell’economia e degli affari, di incontrare lo sguardo di qualcuno dei presenti, intriso di evidente scetticismo.
Non bisogna essere un fine psicologo o un indovino per capire cosa sta pensando quella persona: “Ecco il solito magistrato che vede mafia dovunque! Ma perchè dare  così importanza a quattro delinquenti, estorsori o assassini che ci sono sempre stati e ci saranno sempre? Che cosa c’entra questa gentaglia con l’imprenditoria e l’economia?”
Poi arrivano indagini come quelle di ieri, condotte con professionalità dalla Procura e dalla Guardia di finanza, che vedono in un unico calderone esponenti della camorra, un gruppo imprenditoriale fra i più grossi fra quelli operanti in Campania, pubblici funzionari, professionisti noti in città e giudici tributari e persino le visioni più pessimistiche sulla capacità di infiltrazione delle organizzazioni mafiose sembrano sbiadire a ipotesi scolastiche.
Se il quadro investigativo sarà confermato – e la cautela è d’obbligo visto che si è ancora in fase di indagini – emergono scenari che definire inquietanti è poco; i soldi di un clan camorristico , fra i più solidi e radicati nel territorio, sarebbero finiti in un gruppo imprenditoriale di primissimo piano, capace di operare nei settori più svariati che vanno dal turismo, all’edilizia, al settore alimentare e ad altro.
Questo gruppo, a sua volta, avvalendosi di importanti professionisti cittadini riusciva, fra l’altro, ad ottenere sentenze favorevoli da parte della giustizia tributaria, evitando di conseguenza di pagare cospicui tributi.
E su quest’ultimo aspetto dall’indagine si apre uno spaccato ancor più preoccupante, sopratutto in un momento storico in cui sembra finalmente diventato centrale il tema della lotta all’evasione fiscale.
Sono stati raggiunti da ordinanze cautelari, infatti, ben sedici giudici tributari nella quasi totalità operanti presso le commissioni tributarie napoletane, alcuni dipendenti delle cancellerie delle commissioni medesime ed un funzionario dell’agenzia delle entrate.
Un vero record, di cui certamente non andar fieri!

Dal provvedimento restrittivo e dalle parole dei magistrati della Procura di Napoli e degli ufficiali della Guardia di Finanza che hanno illustrato l’indagine si comprende che vi era un sistema di corruzione molto ampio e capillare, capace di direzionare le decisioni di alcuni giudici tributari in senso favorevole ai contribuenti… e non perchè avessero ragione.
Esistevano, cioè, professionisti in grado di risolvere ogni genere di problema tributario, ottenendo l’annullamento o la riduzione degli accertamenti degli uffici – che tradotto in italiano significa evitare di pagare tasse a volte anche per milioni di euro – grazie alla corruzione di un certo numero di coloro che avrebbero dovuto decidere in modo imparziale sulle controversie con il fisco.
E da ieri, da quando si è data notizia dell’indagine, che tutti i giornali on line stanno spiegando che i giudici tributari non sono magistrati di carriera; sono giudici onorari, cittadini qualsiasi, cioè, che vengono scelti su loro domanda e che siano in possesso di titoli i più vari (chi fosse curioso può guardarli leggendo l’art. 4 del decreto legislativo n. 545 del 1992), che vanno dall’essere magistrati ordinari o speciali (i presidenti delle sezioni lo debbono essere necessariamente), ad essere laureati in giurisprudenza ed economia, ragionieri, ex dipendenti pubblici fino all’essere iscritti all’albo degli ingegneri, geometri, periti edili, agronomi con una certa anzianità di professione.
Ed è questo, il punto su cui è assolutamente inevitabile una riflessione, in parte già avviata dal legislatore negli anni scorsi.

Una domanda sorge infatti spontanea; possono occuparsi delle controversie più importanti per la vita dello Stato – e che possono andare dalla cartella esattoriale di 100 euro a quelle per svariati milioni di euro, che possono riguardare il povero Esposito Gennaro, o imprenditori ricchissimi e potenti, in qualche caso persino legati alla criminalità – giudici non professionali, non sempre nemmeno dotati di specifiche competenze?
Come non ricordare il famoso geometra “Pasqualino”, proveniente da un paese dell’Avellinese, giudice tributario dalle mille introduzioni e dai tantissimi rapporti inattesi, incappato poi nelle indagini sulla cosiddetta P3?
E’ vero che le generalizzazioni sono pericolose e che ci sono giudici tributari validi, professionali ed integerrimi, ma il problema prescinde ovviamente dai singoli per riguardare il sistema.
E’ un argomento di riflessione su cui probabilmente oggi non si riuscirà a trovare una soluzione, non potendosi certamente pretendere dal governo tecnico di intervenire anche su questo spinosissimo problema, ma su cui in un prossimo futuro sarà ineludibile intervenire.
Ciò che si può e si deve chiedere a gran voce da subito è che gli organi di autogoverno della giustizia tributaria (esiste anche un CSM tributario), applichino con grande rigore le norme sulle incompatibilità previste dalla legge, per evitare ciò che pure si intravede nelle indagini, e che cioè ci possano essere professionisti formalmente non esercitanti più la professione, ma che continuino, anche per interposta persona, a svolgere il doppio ruolo di consulenti dei contribuenti e di giudici delle cause con il fisco.
Se la giustizia tributaria non funziona o funziona male, la lotta all’evasione resterà un’affermazione davvero molto teorica.  

 

 

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