“Cantone e la metamorfosi della camorra”, di Rosaria Capacchione, su Il Mattino di Napoli di domenica 1 aprile, ne L’analisi

IN “OPERAZIONE PENELOPE” IL GIUDICE RICOSTRUISCE LE TRAME DELLA CORRUZIONE CHE ASSEDIA L’ITALIA – UN LUNGO INTERROGARSI SU TERRITORIO E CRIMINALITA’ E IL DIALOGO CON I LETTORI SUI CARDINI DELLA GIUSTIZIA

C’è un libro, pubblicato un quarto di secolo fa, che racconta i tormenti dell’innamorato affidando però, sogni, speranze, dolori, alle parole di quanti hanno scritto nei secoli di quelle stesse passioni.
E’ una raccolta di frammenti, messi in fila da un esperto di segni – Roland Barthes –  che li ha tradotti in un solo discorso, nell’universalità dell’amore che pure cita solo trasversalmente. C’è un altro libro, in distribuzione da martedì che mutua la stessa struttura narrativa parlando di giustizia, delle sue regole, delle sue criticità – senza essere un manuale, senza prescrivere rimedi, senza mitigare gli affanni causati dall’amministrazione incompiuta di quella giustizia, appunto, ostinatamente inseguita in ogni sua pagina. Eppure, come Pier Vittorio Tondelli scriveva dei “Frammenti di un discorso amoroso”, alla fine del testo, improvvisamente, la coscienza di ciò che va fatto si rafforzerà.
Anche Raffaele Cantone, magistrato, pubblico ministero fino all’autunno del 2007, oggi giudice in Cassazione, è un esperto di segni.
Li ha raccolti e raccontati, chiamandoli indizi e prove, nelle sue carte giudiziarie e poi (e soprattutto), nei tanti scritti pubblicati per la maggior parte su “Il Mattino”, nel blog della stessa testata informatica, ma anche sull’Unità e L’Espresso: un lungo dialogo con i cittadini, quel popolo italiano nel nome del quale ha chiesto condanne e assoluzioni ricostruendo le tragedie collettive della parte più sofferente della Campania.

Conversazioni a distanza che, messe in fila l’una dietro l’altra, disegnano metamorfosi e patologie di una parte d’Italia pesantemente condizionata dalla camorra e dalla corruzione. Si chiama, il libro (Mondadori, pag. 176, euro 12), Operazione Penelope.
Il sottotitolo spiega la ragione della raccolta, che in verità raccolta vera e propria non è: “Perchè la lotta alla criminalità organizzata e al malaffare rischia di non finire mai”.
Eppure, Cantone non dà risposte.
Formula molte domande, s’interroga, investiga – è il suo vero mestiere, mai abbandonato nonostante il cambio di mansione – offrendo, talvolta, soluzioni che appaiono come pretesti retorici per indurre nuovi ragionamenti: sulle responsabilità politiche, ma, soprattutto su quelle del sistema Italia nell’omessa rimozione delle cause che hanno determinato la prevalenza della camorra in ampie fasce del territorio napoletano e casertano.
Quasi proseguendo il tema già affrontato nel suo precedente lavoro, I gattopardi, individua nella corruzione la malattia che sta uccidendo il Paese. Corruzione di nuova generazione, una “melassa criminosa”, come la definisce, che tiene insieme funzionari pubblici, imprenditori e, ovviamente, la criminalità organizzata. Una degenerazione facilitata dallo smantellamento dei vecchi sistemi di controllo (Coreco), sostituiti dalle Soa, società private di vigilanza pagate dalle stesse imprese che devono essere controllate. La conseguenza è l’imbarbarimento della politica e delle rappresentanze democratiche, scelte (scelte?) in virtù di scndalose operazioni di compravendita del consenso che hanno portato alle elezioni candidati “impresentabili”.
Le domande che Cantone pone soprattutto a se stesso, sono le domande del magistrato-investigatore che non cade mai nella tentazione di sovrapporsi (e sostituirsi) al giudice infallibile, che Voltaire e poi Sciascia indicano come la negazione del concetto di giustizia.
Lui chiede perchè ha effettivo bisogno di sapere, e dai lettori-interlocutori raccoglie le indicazioni necessarie  a costruire un dialogo secondo le regole del processo.
Solo nelle ultime pagine, in una lettera a Silvio Berlusconi, si concede lo spazio dell’ironia. Il divertissement dell’uomo che per una volta prevale sull’uomo di legge.

 

 

 

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