“L’antimafia vent’anni dopo Falcone” – Raffaele Cantone, in Riflessioni, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di giovedì 17 maggio

Il 23 maggio e il 19 luglio prossimi ricorrerà il ventennale delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, che videro la morte rispettivamente dei giudici Falcone e Borsellino e dei loro valorosi uomini delle scorte.
Le tantissime manifestazioni in programma, intrise di sincera commozione, ma anche di un pò di retorica e di ipocrisia, rappresentano l’occasione per una riflessione su quei fatti che hanno cambiato il corso della nostra storia recente.
Su entrambi gli eventi delittuosi ancora oggi, malgrado le tante indagini e i processi celebrati, non sono stati fugati tutti gli interrogativi, pur potendo ritenersi accertato che Cosa Nostra sia stata l’esecutrice e l’ideatrice degli stessi.

Perchè si scelse di ammazzare Falcone con un attentato in stile libanese, quando i “picciotti” mandati a Roma a seguire il giudice avevano assicurato che si poteva colpire senza tanto clamore?
E chi avvisò, gli esecutori materiali della partenza del magistrato e di sua moglie da Roma, tanto da consentire di essere al posto giusto per far esplodere l’ordigno?
E poi c’è un collegamento, tra chi ha attuato la strage e coloro che due anni prima avevano nascosto candelotti di dinamite sulla spiaggia dell’Addaura?
E perchè ammazzare Borsellino, in quel momento storico, aggiungendo clamore a clamore?
Chi sottrasse la famosa agenda rossa dall’auto del giudice ancora in fiamme? E perchè, i tanti depistaggi successivi e l’autoaccusa per reati gravissimi di chi nulla aveva a che vedere con la strage?
E infine, come mai solo oggi tanti uomini delle istituzioni parlano di una trattativa intavolata fra pezzi delle istituzioni e mafia, proprio a cavallo delle due stragi?
Si tratta di alcune delle tante domande, le cui eventuali risposte sono necessarie per voltare pagina, archiviando definitivamente stagioni di ambiguità compiacenti e individuando chi eventualmente scese illegittimamente a patti con i boss e/o non fece il proprio dovere di servitore dello Stato.

Ma quelle morti non lasciano, per fortuna, solo inquietanti interrogativi, ma anche eredità positive. Ogni giorno che passa dimostra l’incredibile lungimiranza dei due giudici; dai loro scritti e dalle interviste pubbliche emerge evidente come avessero non solo compreso a tutto tondo il fenomeno mafia, ma anche come affrontarlo.
Sono loro (con i colleghi e gli investigatori che hanno condiviso quella stagione di indagini), del resto, ad avere tracciato la strada delel investigazioni sulle mafie; il modello del famoso pool dell’ufficio istruzione di Palermo, tradotto in legge grazie a Falcone giunto al ministero della Giustizia, è divenuto uno strumento operativo indispensabile per il contrasto delel consorterie criminali.
La consapevolezza, poi, della necessità di aggredire i patrimoni mafiosi e di concentrarsi sulla zona grigia delle collusioni degli imprenditori e degli uomini delle istituzioni, ritenute più pericolose della stessa ala militare, sono un’intuizione i cui frutti oggi si cominciano a cogliere. L’importanza dei collaboratori di giustizia, ma anche il rigore assoluto nella loro gestione (Falcone fu il primo a incriminare per calunnia uno pseudopentito che cercava di propinare balzane sui rapporti con la politica!), la necessità di introdurre misure restrittive per le detenzioni dei capicosca, l’idea di specializzare sempre più magistrati e polizie sulle specificità delle tecniche investigative in materia sono un loro patrimonio, in seguito acquisito da tutti gli attori dell’antimafia giudiziaria.
Ma c’è un lascito sul piano culturale che, credo, sia in assoluto il più importante; l’uscita dal circuito autoreferenziale di un’antimafia tutta basata su indagini, arresti e processi, ribadita tante volte negli incontri pubblici e nelel scuole da quei giudici, antesignani, quindi, di una battaglia che, accanto al momento repressivo, metteva quello culturale, divulgativo in funzione del coinvolgimento di pezzi della società civile, necessari per drenare il consenso di cui le mafie godono.

E però, va purtroppo aggiunto, Falcone e Borsellino non sono stati ripagati in vita di quanto di straordinario avevano fatto; quante ingiuste critiche e persino astio e livore si è alzato contro di loro da parte non solo dei mafiosi (e questo era logico e prevedibile), ma da tanti che a chiacchiere si schieravano sulle sponde opposte e che forse, nelle imminenti manifestazioni, per far dimenticare i loro comportamenti di un tempo, saranno fra i più accesi sostenitori della retorica del ricordo.
Le polemiche pretestuose sui professionisti dell’antimafia, le accuse di carrierismo, di spregiudicatezza, di politicizzazione, giunte persino, nei confronti di Falcone, alla cattiveria di affermare che insabbiava indagini sui rapporti con la politica.
Anche pezzi (minoritari per fortuna), della magistratura, del resto, ebbero una parte in questo coro; come non ricordare i commenti sprezzanti, intercettati al telefono, di un importante giudice della Cassazione contro i due siciliani, apostrofati come beceri ignoranti, i bastoni fra le ruote posti da un Csm che non seppe sempre scegliere nelle nomine e che si mosse in una logica da vero equilibrista, fino allo sciopero proclamato contro la riforma voluta da Falcone.
In questo contesto vanno lette le parole di Borsellino, ricordate in questi giorni in un processo a Palermo da magistrati, all’epoca suoi giovani uditori; lo sentirono, in un impeto di rabbia, qualificare la procura di Plaermo come un “nido di vipere”!
E questo atteggiamento schizofrenico nei confronti di chi fa il proprio dovere ha il sapore di un refrain di cui urge assolutamente liberarsi, chiedendosi perchè bisogna sempre attendere la morte per riconoscere a certi uomini meriti e valori?

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