“Un giro di vite sulla camorra in processione” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di sabato 7 luglio 2012, in Riflessioni

Il Prefetto di Napoli ha l’altro ieri inviato una missiva (il cui testo è riportato nelle pagine di cronaca di questo giornale) a tutti i sindaci della provincia, dando istruzione per regolamentare l’organizzazione delle feste popolari. E’ un intervento da condividere e applaudire su di un tema oggetto di troppo ricorrenti polemiche e discussioni, spesso inutili e sterili.
Sono ormai innumerevoli i casi nei quali, negli ultimi anni, sono emerse infiltrazioni criminali nelle organizzazioni delle feste patronali; si va dalle processioni che fanno tappa sotto l’abitazione del boss, alla presenza fra gli organizzatori, i “maestri di festa” e quelli che svolgono ruoli minori (i portantini dei santi, dei Gigli o di altre icone più o meno sacre) di esponenti di primo piano dei gruppi camorristici locali, fino alla dedica dell’intera festa o dei connessi fuochi pirotecnici al capoclan da poco arrestato o appena scarcerato.
L’episodio occorso l’anno scorso nella festa dei Gigli di Barra ha fatto il giro d’Italia e non solo; il filmato di un coraggioso giornalista napoletano che riprendeva un capoclan da poco ritornato in libertà che sfilava in un’auto d’epoca, vestito “da matrimonio”, in mezzo ad ali di folla festante, riportato su di un sito di un importante settimanale nazionale, è stato fra i più cliccati del periodo.
Non c’è, del resto, pubblicazione o libro che si occupa di camorra (ma anche delle altre mafie italiane), che non dedica spazio all’imortanza per i clan delle feste patronali.
Esse rappresentano l’estrinsecazione del potere sul territorio e sono uno strumento indispensabile sia per rafforzare l’immagine dei sodalizi sia per aumentarne il consenso, essendo nota a tutti l’importanza ed il valore di queste ricorrenze per una fetta consistente della popolazione.

E poi gestire il giro d’affari che ruota attorno ad una festa non è cosa da sottovalutare; consente di stabilire a chi affidare l’organizzazione degli spettacoli canori e di quelli pirotecnici ed individuare quale cantante (in genere neomelodico) far intervenire; non ci saranno forse grosse somme da introitare, ma esse si potranno far confluire su amici e comparielli vari.
Le autorità religiose locali, responsabili e coinvolte nell’organizzazione hanno dimostrato – con qualche lodevole eccezione – di non essere in grado (purtroppo, in più di un caso, di non essere interessate), a far argine contro lo strapotere degli uomini del sistema criminale, e ciò malgrado gli interventi autorevoli di vescovi e dello stesso Cardinale metropolita Sepe.
Proprio per richiamare l’attenzione su ciò che accade, un po’ di giorni fa, don Aniello Manganiello, già parroco di Scampia, in prima fila sui temi della legalità, ha lanciato una proposta shock, riferita forse alla più importante e rappresentativa delle feste del napoletano; ha chiesto, infatti, di non celebrare i riti connessi ai famosi Gigli di Nola.
Ne è nato un interessante dibattito fra i favorevoli e contrari alla tesi di don Aniello; a me è parsa – e non lo dico per senso di appartenenza o per rapporti di amicizia – condivisibile la posizione esplicitata dal direttore Cusenza nella risposta ad un lettore; bene ha fatto Manganiello a gettare il famoso macigno nello stagno, ma la sua non può che essere una provocazione; impedire una festa con le tradizioni dei Gigli varrebbe come un segnale di resa dello Stato, di incapacità di dimostrarsi forte ed autorevole nei confronti di quelli che restano comunque dei criminali.

Ed un segnale che va nel senso dell’autorevolezza è proprio quello del Prefetto; nel suo ruolo si rivolge ai sindaci, che pur spesso non formalmente coinvolti nell’organizzazione degli eventi, non possono sentirsi deresponsabilizzati; hanno il potere di regolamentare lo svolgimento delle feste e lo utilizzino anche stabilendo i requisiti di chi nelle manifestazioni ha un ruolo comunque di evidenza esterna.
E’ un “richiamo” che, al di là del suo carattere cogente o meno, ha il grande merito di non consentire più alle autorità locali alibi di comodo.
Del resto l’inosservanza patente e manifesta delle indicazioni potrebbe persino avere conseguenze pesanti; è utile, infatti, ricordare che fra le cause di scioglimento di un consiglio comunale della provincia di Napoli ci fu pure l’omessa vigilanza del sindaco sul cartellone innalzato su di un’icona sacra inneggiante al boss locale. Quel provvedimento è un autorevole precedente che può servire di monito ed essere richiamato ed utilizzato nei casi di più gravi osservanze.
Ma c’è un altro aspetto che pure è necessario evidenziare; la missiva prefettizia potrà sortire effetti reali se alla chiamata alla vigilanza dei sindaci si aggiunga una presa diposizione (ulteriore) ed ancora più netta delel autorità religiose; e questo, ovviamente, è un dovere (morale), che non spetta ad un rappresentante del Governo.

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