“Quelle ombre sulla strage” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di venerdì 20 luglio 2012

Sono passati vent’anni da quel maledetto 19 luglio 1992, ma il mio ricordo è ancora vividissimo. Ero da pochi mesi magistrato e avevo potuto già vivere il clima di sconcerto connesso alla strage di Capaci.
Con quella di via D’Amelio parve di respirare un’atmosfera di impotenza. la bomba esplosa sotto l’abitazione della mamma del magistrato certificava, infatti, l’incredibile capacità di poter colpire chiunque, anche obiettivi con standard di protezione elevatissimi. Da subito, però, fra gli addetti ai lavori questa seconda strage apparve molto meno spiegabile e leggibile; persino in apparenza controproducente per la stessa mafia, visto che consentì di superare i tentennamenti e le incertezze che in parlamento non avevano ancora fatto approvare il 41 bis e cioè il regime del carcere duro.
Seguì un’ulteriore stagione stragista che si spostò dalla Sicilia e di cui non si comprese subito la matrice mafiosa; aveva i caratteri di quella già vissuta in Italia e divenuta nota come strategia della tensione. Le bombe erano sinistri messaggi inviati a quella parte delle Istituzioni capace evidentemente di interpretarne il significato. Il periodo, però, successivo al 1993 sembrò caratterizzato da una netta inversione di rotta rispetto al passato; con una legislazione antimafia efficiente, frutto soprattutto del lavoro di Falcone al Ministero della giustizia, e con gli apparati di polizia che misero in campo il meglio si individuarono esecutori e mandanti degli eccidi del 1992 e del 1993, ottenendo da parte delel magistrature di Firenze, Palermo e Caltanissetta risultati anche confortati dal passaggio in giudicato delle sentenze. Questa pagina di storia nuova che strideva con i buchi neri del passato sembrò tranquillizzare tutti e forse i dubbi – che pure avevano portato, ad esempio, ad esplorare le piste investigative sui cosiddetti mandanti esterni delle stragi – furono troppo velocemente accantonati, ritenendo appagante quanto accertato.

Non è di molti anni orsono, del resto, l’affermazione di un’importante carica istituzionale che rispetto ai punti oscuri rimasti invitava a guardare avanti e a non concentrarsi su quanto avvenuto oltre quindici anni prima!
Negli ultimi due anni molte certezze si sono sgretolate; se è vero (e lo afferma una persona di indiscusso valore come il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari), che le stragi furono pianificate ed eseguite dalla cupola di Cosa nostra, sembrano ormai altrettanto acclarati depistaggi e inquinamenti di prove di pezzi delle Istituzioni; basta qui soltanto ricordare la sparizione dell’agenda di Borsellino dall’auto ancora in fiamme e le indagini originate dalle dichiarazioni del finto pentito Scarantino. E il quadro diventa ancora più torbido se si aggiunge un altro elemento èpure ritenuto dagli investigatori certo, anche se con contorni ancora tutti da definire; e cioè l’esistenza in quegli stessi anni di una trattativa avviata da apparati statali con uomini di Cosa nostra per bloccare la stagione stragista. Nessuno, però, credo avrebbe potuto immaginare l’escalation delel vicende degli ultimi giorni che si sono scaricate proprio sul ventennale della morte di Borsellino. Nelle indagini della procura di Palermo sulla “trattativa” sono contenute alcune telefonate fra l’ex ministro mancino, regolarmente intercettato, e nientedimeno che il Presidente della Repubblica; una situazione che ha spinto la prima Magistratura dello Stato a sollevare un conflitto di attribuzione con la Procura siciliana. Quell’atto presidenziale, inedito e privo di precedenti, ma pienamente rispettoso dei principi e delle regole costituzionali, è stato letto da qualcuno come un’interferenza sulle indagini, ed ha giustificato un messaggio presidenziale, dai toni duri e perentori, inviato ieri a Palermo e letto nel corso delle celebrazioni. Il Presidente da un lato afferma essere necessario si faccia chiarezza su tutto ciò che è avvenuto in quegli anni, aggiungendo, opportunamente, che nessuna ragion di stato potrebbe giustificare ritardi o comportamenti ambigui, e dall’altro rivendica la correttezza della propria azione, svolta con imparzialità, linearità e severità, di garante delle attribuzioni dei singoli uffici giudiziari “per scongiurare sovrapposizioni nelle indagini, difetti di collaborazione fra le autorità ad esse preposte, pubblicità improprie e generatrici di confusione”. Non possono che condividersi integralmente le parole del Presidente e soprattutto l’invito a non generare “confusione”, situazione quest’ultima di cui non si sente affatto il bisogno in uno scenario dai tratti ancora tutt’altro che chiari.
E’ certamente necessario che le indagini procedano speditamente e senza intralcio alcuno; la verità è un obiettivo che mai come in questo caso non deve sfuggire se davvero si vuole voltare pagina e proseguire nella lotta alle mafie, tutt’altro che sconfitte. D’altro canto, però, bisogna attendere la conclusione degli accertamenti ed evitare nelle more un’indiscriminata coltre di sospetti e discredito su pezzi delle istituzioni che coinvolgono anche alcuni apparati che gestirono le indagini in quel periodo delicatissimo dellanostra vita repubblicana; fare di tutta l’erba un fascio crea quel clima di divisione e di sospetti che, guardando al passato, ha sempre finito per favorire le mafie.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...