“Football Clan” – perchè il calcio è diventato lo sport più amato dalle mafie – di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo. La recensione di Marco Imarisio, per Corriere della Sera

Ricordiamo che “Football Clan”, di Raffaele Cantone con Gianluca Di Feo (Rizzoli Editore), sarà in tutte le librerie a partire da mercoledì 10 ottobre 2012 (ndr)

 

I boss e il fascino del calcio tra affari e scommesse

Da Maradona a Balotelli, un saggio-inchiesta

 

“Nessuno ha voglia di sentirsi dire che la propria fidanzata è donna di facili costumi”.

Data la premessa d’obbligo, ne consegue che Football clan è opera coraggiosa in quanto potenzialmente indigesta, soprattutto ai tifosi con il paraocchi incorporato.

La fidanzata in questione è sua maestà il calcio, il Grande monopolizzatore delle nostre serate. Il libro di Raffaele Cantone e Gianluca Di Feo parla in buona sostanza dei rapporti tra mafia e pallone. Ma non è solo un garbato atto d’accusa a un sistema così indulgente con se stesso da chiudere sempre gli occhi davanti a contaminazioni sempre più evidenti. È anche una sorta di breviario, la storia di un fenomeno da non sottovalutare ricostruita con il gusto dell’aneddoto.

Football clan identifica il momento in cui cominciò la fascinazione della malavita per lo sport con gli atroci Mondiali del 1978 nell’Argentina dei generali. Dedica un lungo capitolo alla fenomenologia di Diego Armando Maradona, il campione che ha sdoganato l’abbraccio con la malavita. Si infila nella leggerezza incosciente degli idoli di oggi, dalla visita di Mario Balotelli a Scampia sotto braccio a personaggi che manco a Medellín, passando per le disinvolte amicizie di Fabio Cannavaro fino ad arrivare alla passione collettiva dei nostri eroi per le scommesse sportive. C’è ampio spazio per spregiudicate avventure imprenditoriali con capitali di dubbia provenienza, come quella tentata dal compianto Giorgio Chinaglia per riprendersi la sua Lazio, o l’incredibile scalata alla Roma e al Bologna da parte di fantomatiche cordate che facevano capo a Vinicio Fioranelli. La bozza di accordo per l’acquisto del club rossoblu comportava una clausola che trasudava dirittura morale: «Se il contratto non viene concluso, le pagine devono essere distrutte».

Ma è dalla periferia che si ha la visuale migliore sull’impero. Non ci sono soltanto nomi famosi in queste pagine, ma anche sconosciuti campi di provincia, storie minime che diventano esemplari. Sono i capitoli più belli del libro perché restituiscono la fragilità di un mondo e di chi lo abita, spiegano al meglio il fascino esercitato sulle mafie dal calcio, una terra promessa di ricchezza e potere. Nel nome della quale si può truffare, rubare, uccidere.

L’ultimo ingaggio del «Pampa» Sosa, vecchio attaccante finito in una Sanremese gestita da un clan di ‘ndrangheta, comincia con toni surreali alla Osvaldo Soriano per virare all’improvviso in tragedia, e da sola varrebbe il libro. La promozione in serie C del Crotone, comprata dai rivali del Locri in cambio di una fornitura di bazooka e kalashnikov, il sistemone inventato dalla camorra di Castellamare di Stabia: davanti a queste realtà, chi ha bisogno della fantasia?

Football clan ha il grande merito di non essere un libro scritto con il ditino alzato, ma con spirito costruttivo. Cantone e Di Feo, magistrato che tanti arresti addusse ai Casalesi il primo, giornalista nato al Corriere della Sera e attuale caporedattore a L’Espresso il secondo, sono entrambi innamorati della legalità e del calcio. La bella idea iniziale avrebbe potuto condurli nella sociologia e nel moralismo pesante. Loro invece si sono limitati a raccontare storie così vere da sembrare incredibili.

Hanno scelto la via leggera, costruendo un saggio che sembra un romanzo. E in questo modo sono riusciti a lanciare un credibile allarme su un sistema dagli anticorpi deboli, ma ancora in grado di svilupparli.

 

Marco Imarisio  – Corriere della Sera web, 7 ottobre 2012

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