“Mafia, scioglimento anche per le Regioni” – Raffaele Cantone, ne L’analisi, su Il Mattino di Napoli, edizione nazionale di venerdì 12 ottobre 2012

Due fatti molto gravi hanno caratterizzato la cronaca degli ultimi giorni. Il primo è lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria. Dopo ventuno anni dall’entrata in vigore della legge varata nel 1991 (e divenuta nota come “decreto Taurianova” dal nome del comune calabrese che ispirò l’intervento legislativo), per la prima volta è stato sciolto l’organo rappresentativo di un capoluogo di provincia. Una città di oltre 200 mila abitanti sarà per almeno un ano e mezzo amministrata da tre commissari straordinari, uno dei quali il Prefetto, Enzo Panico, attualmente in servizio a Crotone, in un recente passato a Napoli e Caserta, è un ottimo conoscitore della criminalità organizzata e sicura garanzia di indipendenza e professionalità.
E ciò perchè sono emersi gravissimi episodi di infiltrazione della ‘ndrangheta nel tessuto amministrativo e gestionale dell’ente.
Le indagini della magistratura reggina e una relazione ispettiva approfondita e seria dei funzionari ministeriali hanno indotto il ministro Cancellieri ad adottare un provvedimento coraggioso (e molto sofferto, per quanto detto dallo stesso ministro nella conferenza stampa), che non vuol significare affatto mortificazione di quella splendida città e dei suoi cittadini, ma che può trasformarsi in un’occasione eccezionale per i tantissimi reggini onesti di liberarsi definitivamente delle zavorre mafiose.
Si tratta anche di un precedente importante; la grandezza del comune e l’inevitabile maggiore peso politico dei suoi rappresentanti non sono (più) un ostacolo a misure anche estreme, come quella adottata, se necessarie.

Zambelli e Formigoni – foto Lettera43

L’altro episodio, forse ancora più devastante, è l’arresto dell’assessore regionale Zambelli, fino a ieri in carica in Lombardia, per concorso esterno in associazione mafiosa.
La lettura delle intercettazioni contenute nell’ordinanza e riportate anche dai giornali fa rabbrividire; compravendita di voti (a 50 euro l’uno!), da uomini della ‘ndrangheta, pronti, poi, a rivendicare in cambio del favore contropartite per il clan; l’assessore ormai in balia, anche per paura, dei mafiosi. E’ un episodio che – come notato dal procuratore di Milano, Boccassini – dimostra quanto siano stravolte le regole della democrazia.
Nel leggere le cronache viene quasi spontanea una domanda: ma poco più di un anno fa un alto rappresentante delle Istituzioni meneghine non aveva pubblicamente detto che la ‘ndrangheta a Milano non c’era? Stava scherzando… o non aveva capito? E qualcuno gli chiederà conto di quella incauta ed inopportuna rassicurazione?
Ma vi è un’altra riflessione che impone quell’arresto, mai come in questo momento attuale, visto che si sta discutendo di rivedere i rapporti tra Stato e Regioni.

E’ forse arrivato il momento di estendere la normativa valida per lo scioglimento dei consigli comunali e provinciali a quegli enti.

Probabilmente per farlo non è nemmeno necessaria una revisione costituzionale, bastando, invece, una legge ordinaria; l’art. 126 della Costituzione prevede, infatti, la possibilità di scioglimento del consiglio regionale e la rimozione del Presidente e della giunta per il compimento degli atti contrari alla Costituzione o di gravi violazioni di legge, concetti questi ultimi che si attagliano al caso in cui si sia permesso alle mafie di inquinare la vita amministrativa dell’ente.
Questa proposta, non può essere considerata una semplice provocazione; è un tema drammaticamente centrale, se si tiene conto dell’importanza via via assunta dalle Regioni, quali centri erogatori di spesa fra l’altro in settori (come la sanità e l’urbanistica) che fanno sempre più gola alle mafie.
E l’esperienza degli ultimi anni dimostra che non si tratta affatto di un inutile allarmismo; in Calabria sono già stati inquisiti o arrestati per reati connessi alla mafia alcuni consiglieri, di questa o della precedente legislatura.
In Campania, nella precedente legislatura, i casi sono stati molteplici; un consigliere regionale, fra l’altro presidente di una importante commissione, è stato arrestato e condannato ad una pena elevatissima per concorso esterno in associazione mafiosa e dovrebbe essere ancora detenuto; un altro (rieletto in questa legislatura), è stato condannato in primo grado sempre per mafia; le indagini dell’epoca misero in evidenza come esponenti dei casalesi persino si fossero più volte recati presso gli uffici regionali per incontri anche riservati con alcuni rappresentanti politici.
In Sicilia, un ex presidente è detenuto per favoreggiamento alla mafia e quello ultimo si è dovuto dimettere per una indagine di voti contrattati con uomini di Cosa Nostra. E’ un elenco certamente incompleto per difetto, ma che rende l’idea.
La vicenda lombarda dimostra anche che la famosa linea della palma evocata da Sciascia è avanzata ormai al punto da coprire l’intera penisola e rende indispensabile comportarsi, nella prevenzione e repressione del fenomeno, al Nord allo stesso modo che al Sud.

Le inevitabili obiezioni circa il rischio che una normativa come quella sullo scioglimento rappresenterebbe una violazione del principio di autonomia regionale non hanno fondamento alcuno né giuridico, né tantomeno politico; l’applicazione di quella legge, al contrario, tutelerebbe meglio di ogni altra l’indipendenza e l’autonomia degli organi elettivi e rappresentativi, evitando che i boss possano farla davvero da padroni, tanto da ingenerare nei rappresentanti del popolo gli irripetibili problemi cui è andato incontro l’assessore Zambelli.

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