“Nuovi strumenti contro le mafie. Una agenda per i governi futuri” – Raffaele Cantone, su Corriere della Sera, lunedì 12 novembre 2012

Le mafie sono decisamente cambiate negli ultimi anni. L’ala militare appare oggi meno forte, anche se vi sono segnali di recrudescenza da non sottovalutare (vedi nuova faida di Scampia); il livello, invece, di inquinamento dell’economia e delle istituzioni è elevatissimo e non riguarda più piccoli centri della Locride, delle Madonia o dei Mazzoni, ma arriva ai principali mercati, enti e comuni non solo più del Mezzogiorno d’Italia.
Le indagini della magistratura e la coraggiosa attività di un ministro dell’Interno poco sensibile alle “logiche” politiche lo dimostrano in modo inconfutabile. Se per la repressione della mafia militare la normativa appare abbastanza all’altezza delle necessità, non allo stesso modo si può dire per quella che deve bloccare le scorribande dei clan nell’economia e nella politica. E’ qui che servono certamente nuovi strumenti che sarebbe auspicabile trovassero spazio nelle “agende” di chi governerà in futuro. In primo luogo occorre impedire che le mafie condizionino la vita politica a tutti i livelli, ma soprattutto a quello locale, dove si giocano le partite che a loro più interessano. Sarebbe utile, in tal senso, che tutti i movimenti politici si dotassero di codici di autoregolamentazione a maglie molto strette, che prevedano l’incandidabilità per ogni tipo di elezione non solo dei condannati in primo grado per alcuni specifici reati, ma anche dei semplici rinviati a giudizio per reati connessi alle mafie e di quegli amministratori citati nei provvedimenti di scioglimento dei consigli comunali contigui ai clan.
Si dirà che a poco varranno questi codici, non cogenti; e invece la loro violazione potrebbe almeno rappresentare un argomento “politicamente” spendibile.
Sul piano normativo, a maggior ragione nel caso di ripristino delle preferenze, bisognerebbe rendere effettivo il reato di voto di scambio politico mafioso (416 ter), prevedendo la punibilità non solo quando ci sia l’erogazione di denaro, ma di qualsivoglia altra utilità. In questa stessa ottica, andrebbe modificato il delitto di voto di scambio “ordinario”, previsto dalle leggi elettorali, che è accompagnato da una norma in materia di prescrizione che lo rende inefficace: bastano appena due anni, infatti, il reato si estingue. 

E’ ineludibile, poi, completare la troppa frettolosa riforma della legge sullo scioglimento dei consigli comunali, inserita nel 2009 in uno dei tanti pacchetti sicurezza. In particolare, occorrerebbe rafforzare ed estendere le cause di ineleggibilità per gli amministratori collusi, modificare i criteri di scelta dei commissari (da individuarsi fra soggetti esperti di gestione), consentire loro di operare anche in deroga alle regole del patto di stabilità per rilanciare l’attività di governo degli enti sciolti, includere nel procedimento le società private o partecipate che svolgono servizi in house. Infine andrebbe introdotto lo scioglimento anche per i consigli regionali inquinati dalle mafie: le indagini (non solo sulla Lombardia), dimostrano quanto le cosche siano interessate a quelli che sono i più importanti centri di spesa oggi esistenti. Non è un ostacolo su questa strada la Costituzione, che anzi prevede già all’articolo 126 un’ipotesi di scioglimento (per motivi di sicurezza nazionale o per atti contrari alla Costituzione o gravi violazioni di legge), da rendere cogente anche per questa specifica tipologia.

Con riferimento alle infiltrazioni nel mondo dell’economia, è urgente la regolamentazione dell’auto-riciclaggio. Oggi si assiste alla situazione paradossale per cui un mafioso che ripulisca, anche reinvestendolo, il suo stesso denaro illecito non può essere per questo punito. Anche in questa prospettiva sarebbe utile rivedere l’attuale inutile delitto di falso in bilancio, rendendolo effettivo e idoneo anche a verificare preventive “strane” iniezioni di denaro nella società. E sarebbe necessario emendare la parte del codice antimafia – strumento varato con un gran battage, ma nei fatti apparso molto meno utile – per rafforzare la disciplina delle certificazioni antimafia (che ancora oggi sono un mero controllo formale) e prevedere la stazione unica appaltante, da utilizzarsi obbligatoriamente da parte degli enti locali infiltrati, con la presenza di esperti delle forze dell’ordine (finanza e Dia) che monitorino gli appalti anche nella fase esecutiva.
Per finire, il capitolo sui beni confiscati.
Non basta più l’idea di una destinazione meramente simbolica a fini sociali, devono trasformarsi in occasioni vere di lavoro. Meno ludoteche e centri per gli anziani, quindi, e più cooperative di giovani di produzione e lavoro.
Non deve essere un tabù neanche la vendita (con le necessarie garanzie per evitare riacquisti indebiti), di beni non utili allo scopo; per far ciò bisogna rivitalizzare l’Agenzia, che funziona poco e male, dando ad essa disponibilità economiche e materiali e creando altre sedi sui territori; e bisogna garantire provvidenze temporanee a favore di imprese avviate su beni confiscati alla mafia o per imprese tolte alle mafie; il fallimento di queste è una sconfitta pericolosissima anche sul piano dell’immagine e della credibilità delle istituzioni, perché dà l’impressione che dove la mafia porta lavoro, lo Stato lo toglie.
Al di là delle modeste proposte fatte, l’augurio vero è che il contrasto alle mafie possa essere una priorità vera; è inutile girarci intorno, se non ci liberiamo di questa zavorra, sarà davvero difficile sperare di svoltare e metterci al pari con gli altri stati occidentali.

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