“Sandokan junior, un bacio per sentirsi boss” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di martedì 22 gennaio 2013

Da ieri in tutti i tg rimbalzano le immagini dell’arresto di Carmine Schiavone che esce da una caserma, in mezzo a due carabinieri, per entrare nell’auto dei militari ed essere condotto in carcere. Non c’è bisogno di sentire il servizio audio per capire chi è quella persona; il look scelto per nascondere il viso ancora da ragazzo dietro una folta barba e i capelli neri, curati e lunghi, lo rendono in modo impressionante somigliante al padre Francesco, divenuto noto per il suo soprannome mutuato dall’eroe salgariano, Sandokan.
Ed è inevitabile, pensare, guardando il filmato, alle immagini di repertorio decine di volte trasmesse dalle tv che immortalano lo storico capoclan mentre esce, nel 1998, dal suo rifugio di Casal di Principe, catturato dopo vari anni di latitanza, con un viso altero e con il portamento di un capo.

Carmine Schiavone, bacioAnche Carmine si muove e si comporta, malgrado l’età, come un capo; si complimenta con i carabinieri che lo hanno ammanettato e poi, così come è già accaduto in altre occasioni di arresti di giovani assurti a ruoli apicali nei clan, si gira verso la telecamera per farsi riprendere in primo piano e manda un bacio, destinato evidentemente ai tanti che lo guarderanno in tv.
Un atteggiamento tutto sommato infantile che tradisce il ragazzino che c’è ancora dietro quel suo atteggiarsi a tutti i costi a boss e capo.
I giornalisti che spiegano le ragioni dell’arresto e riportano le dichiarazioni giustamente compiaciute dell’ufficiale dei carabinieri che indica in Carmine l’attuale reggente di un clan sempre più simile a quelli napoletani di Scampia, anche essi retti da giovanissimi, rimarcano un drammatico particolare.
Carmine è il quarto figlio di Francesco Schiavone a finire in carcere ed uno di essi, il primo, Nicola, attualmente è imputato quale mandante di un duplice omicidio e rischia una condanna pesantissima. E questa situazione che riguarda il capo dei Casalesi non è affatto una novità nel panorama della malavita organizzata.
Per non andar lontani, si potrebbe ricordare che anche l’altro vertice indiscusso del medesimo sodalizio, Francesco Bidognetti ha tre figli maschi detenuti ed il primo da tempo condannato all’ergastolo.
E in condizioni non dissimili si ripetono nella casistica delle altre organizzazioni criminali; basterebbe pensare, per citarne uno, alla sorte del figlio del “capo dei capi” di Cosa Nostra, Totò Riina, condannato per associazione mafiosa e di recente scarcerato dopo una lunga detenzione.
Nelle mafie che sembrano modernizzarsi, in cui i nuovi adepti dimostrano di sapere investire ingenti somme in borsa o di riciclare i proventi illeciti nelle più moderne tecnologie, continua però a vigere un rigido criterio dinastico, tipico delle tradizionali e vetuste monarchie. Si accede al potere soprattutto per diritto di sangue.

Le mafie su questo aspetto appaiono purtroppo in linea con un costume nazionale tutto incentrato su una logica tipica del familismo amorale, ma questa considerazione sociologica ne schiude inevitabilmente un’altra, ben più amara.
I figli di Schiavone, come quelli di Bidognetti e di tanti altri quasi predestinati al loro ruolo, sono gli interpreti di un copione scontato; cercano il potere e il denaro con le stesse logiche dei genitori e non si fermano nemmeno per un attimo per riflettere che alla fine non ha senso alcuno scalare le gerarchie malavitose, macchiarsi di crimini spesso orrendi, ottenere un momentaneo e fugace rispetto, fondato soprattutto sulla paura, da parte dei propri concittadini, pagando il prezzo identico a quello dei padri, ovvero un futuro senza libertà e senza possibilità alcuna di godersi i frutti dei loro delitti.
A queste saghe familiari, tutt’altro che eroiche, dovrebbero pensare i tanti ragazzi che intravedono nelle mafie una scorciatoia per il denaro; un successo effimero che, però, è capace di portare enormi sofferenze a tante persone, oltre che a se stessi.

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