“I ritardi e l’alibi camorra” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. domenica 23 giugno 2013

Per molto tempo osservatori, soprattutto esterni, della realtà napoletana hanno individuato quale responsabile dell’emergenza rifiuti la camorra. Sarebbero stati i clan che, speculando, avrebbero impedito il passaggio a un ciclo virtuoso. E a questa lettura si sono, in qualche caso, omologati anche intellettuali e politici locali, più o meno (fintamente) disattenti.
Del resto, individuare nella camorra il responsabile può servire (strumentalmente?) per dare copertura e giustificazione ad omissioni ed inattività.
Il deferimento della Commissione Ue, avanzato in questi giorni, con l’aggravante della recidiva, che porterà l’Italia davanti alla Corte Ue e ad una condanna inevitabile ci si augura possa almeno avere un effetto benefico; evitare per il futuro il ricorso a falsi alibi e a comodi capri espiatori.

emergenza-rifiuti-napoliRicapitoliamo brevemente i fatti; nel 2010, con la sentenza n. 297-08, la Corte europea stabilì, con riferimento alla drammatica emergenza degli anni precedenti, che in Campania non erano state adottate tutte le misure necessarie per assicurare che i rifiuti fossero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza pregiudizio all’ambiente; si sanzionò, in pratica, con la condanna del nostro Paese l’assoluta incapacità di organizzare un ciclo completo dei rifiuti.
Negli anni successivi, pur essendo in apparenza la situazione tornata alla normalità, la Commissione Ue tornò alla carica ed aprì una nuova procedura di infrazione, stabilendo che in Campania il ciclo dei rifiuti non era affatto virtuoso e che l’emergenza era solo in apparenza cessata, grazie ad una soluzione tampone e cioè i viaggi all’estero di navi stracariche di monnezza; fissò un termine non breve per trovare una soluzione e per adottare un ciclo che fosse rispettoso delle direttive comunitarie.
Nel gennaio 2012 il ministero dell’Ambiente, la Regione, la Provincia ed il Comune predisposero un piano (l’ennesimo della serie!) che inviarono all’Unione europea che avrebbe dovuto evitare l’odierno deferimento. Non c’era bisogno di essere un esperto per sapere fosse un illusorio palliativo e furono in molti a dirlo da subito, fra cui anche il sottoscritto proprio su questo giornale. Esso peccava di ottimismo sulla possibilità di ampliare la differenziata, aprire impianti di compostaggio e di reperire siti per predisporre nuove discariche (di queste ultime ne erano previste persino sei, lì dove per anni era stata difficile trovarne una!); conteneva pericolose ambiguità (la parola discarica veniva ipocritamente evitata e celata dietro quella di “operazioni di ricomposizione ambientale”) ed evidenti contraddizioni (si faceva riferimento alla necessità del termovalorizzatore in città, malgrado il sindaco di Napoli avesse più volte dichiarato che mai l’avrebbe accettato).
Da quel momento, quel piano inviato a Bruxelles è rimasto solo sulla carta, forse credendo che l’Europa si sarebbe accontentata di qualche generica promessa o avrebbe creduto alle affermazioni trionfalistiche di chi magnificava gli eccezionali e progressivi risultati ottenuti. Nessuno più si preoccupava davvero delle percentuali di differenziata raggiunte in provincia di Napoli, lontane anni luce a quelle promesse e vagheggiate in più occasioni! Ed inevitabile a fare chiarezza è arrivata la censura Ue, organismo che controlla i fatti e non tiene in conto alcuno le promesse da marinaio.
Con il deferimento si addossano da subito all’Italia quasi 20 milioni di euro di multa, ma si prefigura una multa ancora più salata subito dopo la sentenza, commisurata ai giorni in cui si protrarrà l’inosservanza, che rischia di costare parecchi milioni di euro.
Come avvenne per il famoso furto di Santa Chiara, adesso si comprano altre porte di ferro e cioè si predispone un altro piano, dando per scontato che quello precedente era solo una finzione; si nominano altri commissari per i termovalorizzatori e ritornano, quasi echi lontani, le parole su percentuali della differenziata da Svezia o Danimarca.
Domanda: ma in tutto questo periodo, è stata la camorra ad impedire di avviare il ciclo? Ci sono state minacce o intimidazioni per evitare che si aprissero siti di compostaggio o si cominciassero i lavori per i termovalorizzatori (ce ne volevano secondo il piano del 2012, ben 4!!)? Sono stati i clan, che hanno reso impossibile un ciclo della differenziata decente? Sono quesiti che non meritano nemmeno risposta, visto quanto è scontata. Le omissioni, però, non sono indolori; costeranno alla comunità (quindi a tutti i cittadini, campani e non) un esborso economico pesante del quale è giusto individuare i responsabili.

C’è materia evidentemente per la Corte dei Conti, una magistratura che negli ultimi anni ha dimostrato di essere attenta ed attiva sul fronte del recupero degli sprechi. I giudici contabili potranno, partendo dalla normativa nazionale e da quella purtroppo pessima regionale, verificare chi non ha fatto e che cosa non è stato attuato, senza consentire comodi scaricabarile. E se, come ci si augura, questo accadrà, un risultato è già sicuro; un unico soggetto non uscirà condannato, e si tratta proprio di quell’entità che responsabilità di incommensurabili mali per il nostro territorio, ma a cui non bisogna addossarne anche altre che non ha! 

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