“I ritardi e l’alibi camorra” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. domenica 23 giugno 2013

Per molto tempo osservatori, soprattutto esterni, della realtà napoletana hanno individuato quale responsabile dell’emergenza rifiuti la camorra. Sarebbero stati i clan che, speculando, avrebbero impedito il passaggio a un ciclo virtuoso. E a questa lettura si sono, in qualche caso, omologati anche intellettuali e politici locali, più o meno (fintamente) disattenti.
Del resto, individuare nella camorra il responsabile può servire (strumentalmente?) per dare copertura e giustificazione ad omissioni ed inattività.
Il deferimento della Commissione Ue, avanzato in questi giorni, con l’aggravante della recidiva, che porterà l’Italia davanti alla Corte Ue e ad una condanna inevitabile ci si augura possa almeno avere un effetto benefico; evitare per il futuro il ricorso a falsi alibi e a comodi capri espiatori.

emergenza-rifiuti-napoliRicapitoliamo brevemente i fatti; nel 2010, con la sentenza n. 297-08, la Corte europea stabilì, con riferimento alla drammatica emergenza degli anni precedenti, che in Campania non erano state adottate tutte le misure necessarie per assicurare che i rifiuti fossero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e senza pregiudizio all’ambiente; si sanzionò, in pratica, con la condanna del nostro Paese l’assoluta incapacità di organizzare un ciclo completo dei rifiuti.
Negli anni successivi, pur essendo in apparenza la situazione tornata alla normalità, la Commissione Ue tornò alla carica ed aprì una nuova procedura di infrazione, stabilendo che in Campania il ciclo dei rifiuti non era affatto virtuoso e che l’emergenza era solo in apparenza cessata, grazie ad una soluzione tampone e cioè i viaggi all’estero di navi stracariche di monnezza; fissò un termine non breve per trovare una soluzione e per adottare un ciclo che fosse rispettoso delle direttive comunitarie.
Nel gennaio 2012 il ministero dell’Ambiente, la Regione, la Provincia ed il Comune predisposero un piano (l’ennesimo della serie!) che inviarono all’Unione europea che avrebbe dovuto evitare l’odierno deferimento. Non c’era bisogno di essere un esperto per sapere fosse un illusorio palliativo e furono in molti a dirlo da subito, fra cui anche il sottoscritto proprio su questo giornale. Esso peccava di ottimismo sulla possibilità di ampliare la differenziata, aprire impianti di compostaggio e di reperire siti per predisporre nuove discariche (di queste ultime ne erano previste persino sei, lì dove per anni era stata difficile trovarne una!); conteneva pericolose ambiguità (la parola discarica veniva ipocritamente evitata e celata dietro quella di “operazioni di ricomposizione ambientale”) ed evidenti contraddizioni (si faceva riferimento alla necessità del termovalorizzatore in città, malgrado il sindaco di Napoli avesse più volte dichiarato che mai l’avrebbe accettato).
Da quel momento, quel piano inviato a Bruxelles è rimasto solo sulla carta, forse credendo che l’Europa si sarebbe accontentata di qualche generica promessa o avrebbe creduto alle affermazioni trionfalistiche di chi magnificava gli eccezionali e progressivi risultati ottenuti. Nessuno più si preoccupava davvero delle percentuali di differenziata raggiunte in provincia di Napoli, lontane anni luce a quelle promesse e vagheggiate in più occasioni! Ed inevitabile a fare chiarezza è arrivata la censura Ue, organismo che controlla i fatti e non tiene in conto alcuno le promesse da marinaio.
Con il deferimento si addossano da subito all’Italia quasi 20 milioni di euro di multa, ma si prefigura una multa ancora più salata subito dopo la sentenza, commisurata ai giorni in cui si protrarrà l’inosservanza, che rischia di costare parecchi milioni di euro.
Come avvenne per il famoso furto di Santa Chiara, adesso si comprano altre porte di ferro e cioè si predispone un altro piano, dando per scontato che quello precedente era solo una finzione; si nominano altri commissari per i termovalorizzatori e ritornano, quasi echi lontani, le parole su percentuali della differenziata da Svezia o Danimarca.
Domanda: ma in tutto questo periodo, è stata la camorra ad impedire di avviare il ciclo? Ci sono state minacce o intimidazioni per evitare che si aprissero siti di compostaggio o si cominciassero i lavori per i termovalorizzatori (ce ne volevano secondo il piano del 2012, ben 4!!)? Sono stati i clan, che hanno reso impossibile un ciclo della differenziata decente? Sono quesiti che non meritano nemmeno risposta, visto quanto è scontata. Le omissioni, però, non sono indolori; costeranno alla comunità (quindi a tutti i cittadini, campani e non) un esborso economico pesante del quale è giusto individuare i responsabili.

C’è materia evidentemente per la Corte dei Conti, una magistratura che negli ultimi anni ha dimostrato di essere attenta ed attiva sul fronte del recupero degli sprechi. I giudici contabili potranno, partendo dalla normativa nazionale e da quella purtroppo pessima regionale, verificare chi non ha fatto e che cosa non è stato attuato, senza consentire comodi scaricabarile. E se, come ci si augura, questo accadrà, un risultato è già sicuro; un unico soggetto non uscirà condannato, e si tratta proprio di quell’entità che responsabilità di incommensurabili mali per il nostro territorio, ma a cui non bisogna addossarne anche altre che non ha! 

“La violenza dei padri, la condanna dei figli” – Raffaele Cantone su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di martedì 9 aprile 2013

Non è ancora chiaro il movente né lo svolgimento della rissa in cui ha perso la vita un ragazzo di 14 anni.

fiaccolata_aversa_cinqueLe prime notizie indicano il deceduto ed i feriti come imparentati ed esponenti di primo piano del clan dei casalesi, sodalizio da sempre egemone nella zona; il padre del feritore sarebbe anche lui gravato da precedenti minori e, particolare interessante, il ragazzo sarebbe giunto sul luogo, malgrado sprovvisto di patente, a bordo di un’auto. Ieri, il Procuratore aggiunto, coordinatore della DDA di Napoli, Cafiero de Raho, uno dei maggiori conoscitori della realtà criminale, di recente promosso con pienissimo merito a capo di una delle Procure più importanti d’Italia, Reggio Calabria, nel corso di un intervento ad un convegno ha affermato che a Napoli e Caserta i clan camorristici sono in rotta.
E che in molte zone è persino possibile considerarli sconfitti. Cosa c’entrano un fatto gravissimo di cronaca nera e una dichiarazione di speranza di uno stimatissimo magistrato? In apparenza niente, ma il collegamento esiste, eccome.
Partiamo dalla dichiarazione di Cafiero; la sua analisi è, come al solito, lucida e pienamente condivisibile; negli ultimi anni sono stati sferrati alla criminalità camorristica colpi durissimi; molti clan (non tutti, in verità) hanno subito arresti dei capi ed affiliati e sequestri milionari di beni.
Tutti i latitanti più importanti sono stati assicurati alla giustizia e la loro prospettiva di recuperare la libertà è pari sostanzialmente a zero; resteranno detenuti per sempre o per tantissimo tempo. Molti clan, quali i ritenuti invincibili casalesi ad esempio, sono stati quasi rasi al suolo; arrestati tutti i componenti dell’ala militare, fino alle ultime fila. Sconfitti? Certamente sì!
Ma se cercassimo di riproporre la domanda in altro modo, la risposta sembrerebbe contraddittoria; lo Stato ha vinto? Io risponderei, con amarezza: no!
E qui ritorniamo all’episodio di cronaca nera; l’eliminazione degli affiliati e dei gregari non ha comportato il recupero degli spazi lasciati vuoti a favore da parte delle Istituzioni. Se qualcuno ne vuole la riprova, chiedesse agli abitanti di molte zone “liberate” se sentono essere venuto meno il gioco criminale e la risposta sarebbe, nel novanta per cento dei casi, “no”!
I vuoti di potere criminale sono stati occupati da giovanissimi, molto violenti e spregiudicati, spesso assuntori di cocaina, che scimmiottano i codici d’onore dei loro predecessori, di cui vantano parentele vere o presunte e che vogliono imporre il loro potere con la forza; vantano un unico carisma: la violenza bruta ed incontrollabile.
Mi guarderei bene dall’ascrivere l’episodio di Aversa a dinamiche “neocamorristiche”; saranno le indagini che stabiliranno l’accaduto ed i ragazzi coinvolti, per la loro giovane età, meritano soltanto vicinanza ed eventualmente compassione.
Ma essi, come i giovanissimi di Scampia che si allenano per comandare le ricchissime piazze di spaccio, hanno ereditato un brodo di coltura nel quale certe mentalità e certe logiche paramafiose possono attecchire facilmente.
La repressione ha fatto benissimo la sua parte; i magistrati e gli uomini delle forze dell’ordine hanno ottenuto risultati che non è esagerato definire eccezionali, ma cosa hanno le altre istituzioni per evitare che sui terreni rinascessero le male piante?
Pochissimo, per non dire niente; le agenzie educative di ogni tipo che avrebbero dovuto operare sui territori difficili ed avrebbero dovuto gettare i semi della rinascita dove sono e se ci sono cosa hanno fatto? Sul pano della prevenzione, tranne l’impegno di qualche associazione di volontariato operante con enormi difficoltà e senza aiuto, c’è pochissimo da segnalare.
Eppure da anni i tanti conoscitori del territorio avvertivano, inascoltate cassandre, che il semplice intervento sul piano penale e criminale non sarebbe bastato.
Episodi come quelli di Aversa non possono e non devono essere archiviati come i “soliti” incidenti della movida violenta; sono probabilmente tutt’altro; un campanello d’allarme che, si spera, non resterà ancora una volta inascoltato.

“Primo, ripulire i partiti” – Raffaele Cantone, su l’Espresso – 13 febbraio 2013

A vent’annni da Mani pulite e un iter parlamentare irto di ostacoli, nel novembre del 2012 è stata finalmente varata la legge ribattezzata “anticorruzione”.

Si tratta, in verità, dell’adempimento di un dovere assunto in sede di ratifica di varie convenzioni internazionali ma la legge va ascritta a merito del governo Monti e soprattutto alla caparbietà dei ministri della Funzione pubblica Patroni Griffi e della Giustizia Severino, che sono riusciti a trovare la quadra fra le posizioni distantissime dei partiti della “strana maggioranza”, anche se questa estenuante mediazione ha inciso sulla bontà del testo approvato. La riforma quindi deve considerarsi solo il primo passo di una serie di interventi ulteriori ed indispensabili, di cui dovrà farsi carico il prossimo Parlamento e governo.

Anzitutto, è necessario che vengano rapidamente resi operativi gli organismi e i meccanismi introdotti con questa legge. La nuova autorità nazionale anticorruzione; il piano anticorruzione di cui ogni amministrazione deve dotarsi, nominando un responsabile, che può essere chiamato a rispondere sul piano disciplinare delle inosservanze; gli obblighi di trasparenza e pubblicità per le attività amministrative; i vincoli per il passaggio di pubblici ufficiali nelle aziende privare.

Raffaele Cantone (Ilaria Ascione ph. per wrongradio.com)

Raffaele Cantone
(Ilaria Ascione ph. per wrongradio.com)

In questa fase, è indispensabile evitare che i tanti adempimenti richiesti alle amministrazioni centrali e territoriali non si trasformino in inutili e gravosi oneri burocratici. Troppi “piani” sono stati chiesti agli enti negli ultimi anni senza che nessuno si curasse di verificarne l’utilità concreta.

Del resto è ancora necessaria l’emanazione di altri decreti attuativi, ma forse da subito andrebbe rivista e migliorata anche la normativa adottata di fretta dall’attuale governo sulle incandidabilità. Le scelte dei partiti in campagna elettorale e il caos che si è verificato per alcune esclusioni di “impresentabili” dimostrano che non si è ancora del tutto maturi per valutazioni squisitamente etiche da lasciare ai partiti.

Bisogna avere il coraggio di adottare norme più restrittive che escludano la candidabilità per qualunque carica (locale o nazionale che sia) per i rinviati a giudizio per reati di mafia e per i condannati anche in primo grado per i reati contro la pubblica amministrazione.

In questa prospettiva, visto il legame forte che c’è soprattutto in certi contesti territoriali fra mafie e corruzione, andrebbe anche resa più stringente la normativa sulle infiltrazioni mafiose negli enti locali. Bisognerebbe ampliare i casi in cui viene negata agli amministratori coinvolti negli scioglimenti la possibilità di candidarsi. E consentire lo scioglimento per mana delle società miste o partecipate e, perché no, anche dei consigli regionali.

Sempre nell’ortica della prevenzione (e alla luce di quanto sta emergendo dalle indagini sulle distrazioni dei fondi pubblici destinati non solo ai partiti) sarebbe opportuno imporre la massima pubblicità per i contributi di qualsivoglia genere erogati dalle amministrazioni e il dovere di rendiconto per chi li ha ricevuti. Con l’obbligo di richiedere la restituzione nel caso in cui non siano utilizzati per gli scopi prefissi e con la possibilità del controllo esterno della Corte dei conti.

È arrivato il momento di adottare una legge che regoli la vita interna dei partiti, anche in ossequio a quanto previsto dall’articolo 49 della Costituzione, introducendo come obbligatorio il metodo democratico interno ed imponendo criteri di trasparenza per la redazione dei bilanci e l’obbligo di indicare tutti i contributi pubblici e privati. Per renderlo più incisivo, sarebbe persino auspicabile che particolari responsabilità gravassero su chi gestisce le casse dei partiti: porrebbero essere considerati pubblici ufficiali e quindi assoggettati alle stesse regole che valgono per il ragioniere capo di un qualsiasi ente. In entrambi i casi si maneggia denaro pubblico e quindi andrebbe richiesto il medesimo dovere di fedeltà.

Regole analoghe andrebbero estese alle fondazioni o associazioni di carattere politico che negli ultimi anni si sono moltiplicate, sostituendo spesso le vecchie correnti e spostando fuori dai partiti anche alcune attività tipiche degli stessi. In una democrazia della trasparenza è necessario che si sappia chi sono i finanziatori di queste strutture e come vengono spesi i denari che a loro giungono, per evitare conflitti di interessi ed un esercizio lobbistico del potere politico.

A proposito di lobby, bisogna mettersi in linea con gli altri Paesi occidentali; le lobby che agiscono in trasparenza non sono un male per la democrazia, ma solo se ci sono regole chiare, conoscendo chi opera e per conto di chi. Il rischio da evitare è che certi lobbisti, scoperti dalle indagini giudiziarie degli ultimi anni, diventino di fatto i veri titolari dei poteri decisori in molte branche dell’amministrazione.

Gli enti pubblici, soprattutto quelli territoriali, dovrebbero limitare (se non del tutto dismettere) le attività imprenditoriali.

Quanto è emerso sul malaffare delle società create da Comuni e Regioni o ancora più di recente con le fondazioni bancarie controllate dai medesimi enti dimostra i rischi di distorsioni. Gli enti pubblici si limitino a svolgere funzioni soprattutto di controllo, senza sovrapposizioni fra controllori e controllati! Anche per questo, non si può più rinviare il varo di una disciplina vera sul conflitto di interessi che prescinda dalle polemiche, spesso strumentali, che hanno riguardato l’onorevole Berlusconi: oggi ci sono nel rapporto pubblico-privato tantissime ipotesi di conflitto di interessi che minano l’imparzialità delle istituzioni. 

Molto resta da fare anche sul piano della repressione penale. Tra le ultime norme approvate vanno subito riviste quelle sul traffico di influenze, che punisce chi sfrutta le relazioni con un pubblico ufficiale per ottenere vantaggi (la cui pena non permette l’arresto né le intercettazioni ed è quindi poco efficace) e quella sulla corruzione fra privati, che di fatto non consente di stroncare le mazzette pagate ai dirigenti delle società private, per ottenere commesse o appalti.

Gran parte degli organismi internazionali che hanno radiografato in questi ultimi anni l’Italia, sono poi assolutamente d’accordo su un punto: va ripristinato il falso in bilancio. Nelle pieghe della contabilità delle società si nascondono spesso i fondi neri per pagare mazzette e la sostanziale depenalizzazione è stato uno dei peggiori risultati legislativi degli ultimi anni.

Andrebbe rivista in modo complessivo anche la materia dei reati tributari. Non bisogna necessariamente punire tutte le ipotesi di evasione o elusione con sanzioni penali (anzi), ma bisogna prevedere pene severe per i fatti più gravi: con le norme attuali nemmeno Al Capone avrebbe fatto un giorno di carcere per evasione fiscale!

Soprattutto nella legislazione penale andrebbe messa mano alla normativa sulla prescrizione. I tempi entro i quali il reato di corruzione si estingue restano troppo brevi e non consentono di arrivare a una sentenza di condanna. Sarebbe auspicabile la totale abrogazione della legge Cirielli che ha finito per favorire solo i colletti bianchi o comunque andrebbero, da subito, equiparati i delitti contro la pubblica amministrazione, quanto a prescrizione, a quelli in materia di mafia. Questo riguarda anche il voto di scambio, che oggi si prescrive in tempi risibili e nel caso delle cosche punisce solo il pagamento in denaro delle preferenze, offrendo strumenti limitati per stroncare l’intervento dei clan nelle competizioni elettorali. 

Ed ancora bisognerebbe rivedere le disposizioni sulle pene accessorie: chi è condannato per reati contro la pubblica amministrazione o per delitti comunque gravi non deve ritornare negli uffici di provenienza o in altri analoghi. Le logiche troppo perdoniste delle commissioni disciplinari interne agli uffici hanno consentito ai condannati di restare al loro posto o persino di fare carriera.

Per intervenire sui patrimoni costruiti grazie alla corruzione sarebbe utile la punizione dell’autoriciclaggio anche nei reati contro la pubblica amministrazione; è un non senso che non venga sanzionata la ripulitura o il reinvestimento del denaro da parte di chi abbia intascato tangenti.

Infine, per spezzare il rapporto omertoso che lega corrotto e corruttore vanno garantite sia misure antidiscriminatorie il favore di chi denuncia, in analogia a quanto avviene per i whistleblowers dell’esperienza anglosassone sia individuati sconti di pena per coloro che collaborano con i magistrati.

“Le promesse e il peso dei condoni” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di lunedì 11 febbraio 2013

Dopo un esordio in tono sommesso, da qualche giorno le proposte di condoni, fiscale ed edilizio, hanno fatto irruzione in campagna elettorale. Al di là di chi le ha avanzate, coagulano intorno a sé interessi eterogenei di una parte non irrilevante di cittadini elettori.
Essa è formata, per quel che riguarda la misura fiscale, non solo dai grandi evasori, ma anche da quelle “partite Iva” che si sentono tartassate dalla presunta rapacità del fisco; per l’altra misura, sia da speculatori edilizi (spesso legati alle mafie) che dagli autori di abusi per utilizzo personale che temono l’abbattimento dei loro manufatti. E’ la prospettiva di quest’ultima sanatoria appare un’abile mossa elettorale soprattutto in Campania, regione il cui risultato al Senato è ritenuto dai sondaggisti in bilico.

real estate concept with US dollars and mini house, shallow dofPer un difetto della legislazione regionale e per il conseguente intervento della Corte costituzionale, gli immobili abusivi campani non hanno, infatti, potuto beneficiare del condono del 2003 e rischiano oggi di essere abbattuti dalla magistratura. Questa disparità di trattamento rispetto al resto d’Italia, a cui la politica locale e nazionale non ha saputo dare risposta, ha generato in molti Comuni dei comitati contro gli abbattimenti ed a favore della sanatoria, dietro a quali, accanto ai portatori di interessi più o meno legittimi, si muovono anche personaggi ambigui; è in ballo un pacchetto di voti che fa gola e che potrebbe essere determinante per le sorti elettorali nazionali.
Prescindendo da qualsiasi valutazione di ordine etico e morale, l’adozione di condoni rischia di essere un enorme danno sotto più aspetti. Il vantaggio indiscusso di essi è il sicuro incasso da parte dell’erario di una cospicua somma di denaro, inferiore, però, alle roboanti cifre indicate, come dimostrano i provvedimenti precedenti dello stesso tipo.
Un dato non certo da sottovalutare in periodi di vacche magre se però le controindicazioni non fossero ben maggiori. Ve ne è una di palmare evidenza: si creano clamorose disparità di trattamento con chi ha rispettato le leggi. L’evasore fiscale, aderendo alla sanatoria, paga una somma di certo inferiore a quella che avrebbe dovuto, si rimette in regola e non può nemmeno essere oggetto di accertamenti; è considerato a tutti gli effetti un contribuente onesto alla pari di chi, invece, non avendo nulla da farsi perdonare rischia persino il danno e la beffa di subire accertamenti e di pagare multe salate anche per errori formali.

Ancora più paradossale è il premio di chi ottiene la sanatoria edilizia; con un piccolo obolo il suo immobile viene regolarizzato e vale dieci volte tanto rispetto al terreno, ad esempio, del vicino che scrupolosamente ha rispettato i divieti di costruire. Ma c’è un altro dato che pure viene dall’esperienza; i condoni per gli anni successivi comportano un arretramento nella lotta all’evasione ed al sacco del territorio; non incentivano, infatti, comportamenti virtuosi nella speranza (spesso soddisfatta), che i termini per aderire vengano riaperti ed ampliati gli ambiti temporali. Oltre ad aumentare l’illegalità, si riducono, quindi, le entrate fiscali future: diventa necessario aumentare tasse, aliquote o balzelli vari per far quadrare il bilancio, a danno dei contribuenti onesti che hanno stretto la cinghia in questo periodo.

Ma c’è un vero macigno sulla strada del condono (soprattutto quello fiscale), che in questa fase tutta protesa alla ricerca del consenso si fa finta di dimenticare. L’Italia, infatti, come membro dell’Ue deve sottostare alle regole europee anche perchè una delle nostre imposte (l’Iva) alimenta il bilancio comunitario. In un recente passato, l’Unione Europea ha già contestato un precedente condono (quello del 2002), ottenendo anche una sentenza di condanna per infrazione da parte della Corte Europea. Il giudice internazionale, oltre a stigmatizzare il condono come “un istituto che di fatto favorisce i contribuenti colpevoli di frode”, ha dichiarato illegittime alcune disposizioni di quel provvedimento perchè con esse si rinunciava all’accertamento ed alla riscossione dell’imposta, accontentandosi di una somma non equivalente a quella dovuta.

Un nuovo condono, quindi, comporterebbe di certo un’altra procedura di infrazione che rischierebbe anche di costare all’Italia, in termini di multe comunitarie, una parte consistente dell’incasso. Ma i condoni sono dannosissimi per l’immagine del Paese; in un momento storico in cui la credibilità internazionale influenza i mercati ed incide sui tassi da pagare per i titoli di Stato emessi, dimostrare di essere incapaci di perseguire chi non rispetta le regole ed anzi essere disponibili a scendere a patti con loro ci farebbe ancor più recedere nelle classifiche internazionali di credibilità. Ed allora si eviti di far balenare la possibilità di misure che restano di cortissimo respiro, con pochi benefici (soprattutto per pochi) e tanti danni invece per tutti i cittadini e per l’intero Stato.

 

“Le imprese e lo spread della camorra” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, martedì 29 gennaio 2013

tassi_interesseNel corso di un convegno organizzato a Napoli dall’Associazione nazionale funzionari di polizia è stata presentata una ricerca di due docenti universitari (Giovanna Mazzanti e Sara Rago), su “legalità e credito”.
Lo studio, confluito in un instant book, ricco di notizie e dati e con l’autorevole prefazione del professor Zamagni, si è proposto l’ambizioso scopo di verificare in che modo i fattori ambientali, e fra essi la presenza in certi territori della criminalità, possano influenzare il mercato del credito.
I risultati del lavoro, pur dando doverosamente atto di come sia difficile individuare un legame di derivazione certa fra categorie economiche e vicende sociali, evidenzia numeri obiettivamente interpretabili.
Nei luoghi in cui è più forte la presenza criminale è più elevato il tasso di interesse bancario richiesto alle imprese e tale rapporto è costante almeno per i cinque anni oggetto di studio.
In particolare, è decisamente impressionante che nell’ultimo anno analizzato (il 2011), a fronte di un tasso medio praticato in Lombardia del 3,66%, quello della Calabria era del 7,47% e della Campania e della Sicilia di poco superiore al 6,20%.
Nella stessa nazione, a distanza di appena mille chilometri, il denaro costa il doppio (o la metà)! E’ quasi pleonastico aggiungere che le regioni meridionali citate si trovano al primo posto, invece, nella classifica della presenza della criminalità di tipo mafioso.
Non sono in grado di giudicare la bontà complessiva della ricerca presentata; posso immaginare che i numeri proposti hanno ragioni in parte diversi e connessi ad altre cause (quali, ad esempio, la mancanza di infrastrutture, un alto tasso di insoluti, le difficoltà endemiche di funzionamento della pubblica amministrazione), ma certificano, comunque, in modo inoppugnabile quanto da tempo si ripete e cioè che la criminalità è uno dei fattori principali del sottosviluppo meridionale.
In regioni economicamente più arretrate il costo quasi doppio del denaro significa una pesante zavorra a carico degli imprenditori onesti e quindi un freno al tentativo di operare in regime di reale concorrenza.
Ma come nella famosa storiella del cane che si morde la coda, esso rischia di essere un (ulteriore) incentivo alle mafie che, con la loro enorme liquidità, possono offrire alle imprese accanto al denaro anche un pacchetto di servizi ultra competitivo che va dai rapporti con il mondo delle istituzioni locali, alla “capacità” di risolvere ogni genere di problemi con i fornitori, debitori e/o dipendenti.
Di questa situazione gravissima in cui si trova il Meridione non si sta sentendo affatto parlare nel già da tempo iniziato dibattito preelettorale.
Risulterebbe, forse, solo frustrante ricordare come la Germania dell’immediata post unificazione vantava differenziali economici fra Est ed Ovest ben peggiori, colmati in poco più di un decennio, mentre i nostri continuano solo a divaricarsi in pregio.
Ma è il tema “legalità” ad apparire abbastanza latitante ed essere stato affrontato , ad oggi, quasi soltanto con il certamente apprezzabile (anche se probabilmente parziale), maquillage delel liste elettorali, liberate dai cd impresentabili; laddove, invece, per abbattere questo inaccettabile spread nazionale bisognerebbe lavorare sulle cause.
Limitandosi a questo fronte specifico, ci sono due ambiti da attenzionare.

Il primo, è quello dell’efficienza dell’amministrazione pubblica e del connesso alto livello di corruzione che ci pone nelle classifiche internazionali alla pari del Ghana. La legge anticorruzione voluta dal Presidente Monti e dai ministri Severino e Patroni Griffi, può essere considerata positiva a condizione che sia l’inizio di un percorso ancora lungo che richiede interventi ulteriori normativi sul piano degli obblighi di trasparenza ed efficienza delle amministrazioni, ma anche l’adozione di norme penali ineludibili.
Il secondo, è quello di portare decisamente in alto l’asticella del contrasto ai poteri criminali; agli ottimi risultati ottenuti nei confronti dell’ala militare delle mafie, devono essere aggiunti quelli ancora insufficienti sul fronte dell’attacco ai patrimoni mafiosi (da riutilizzare poi in modo efficiente) e su quello davvero devastante delle infiltrazioni delle mafie nel mondo delle istituzioni e soprattutto degli enti locali.
Anche qui, sono necessari sinergici interventi normativi ed amministrativi e scelte strategiche anche sul piano delle persone che li attueranno, chiare e cristalline.

Da cittadino italiano e soprattutto meridionale, su questi argomenti mi augurerei di conoscere risposte e proposte di chi si candida a guidare la nazione in futuro.

“Sandokan junior, un bacio per sentirsi boss” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di martedì 22 gennaio 2013

Da ieri in tutti i tg rimbalzano le immagini dell’arresto di Carmine Schiavone che esce da una caserma, in mezzo a due carabinieri, per entrare nell’auto dei militari ed essere condotto in carcere. Non c’è bisogno di sentire il servizio audio per capire chi è quella persona; il look scelto per nascondere il viso ancora da ragazzo dietro una folta barba e i capelli neri, curati e lunghi, lo rendono in modo impressionante somigliante al padre Francesco, divenuto noto per il suo soprannome mutuato dall’eroe salgariano, Sandokan.
Ed è inevitabile, pensare, guardando il filmato, alle immagini di repertorio decine di volte trasmesse dalle tv che immortalano lo storico capoclan mentre esce, nel 1998, dal suo rifugio di Casal di Principe, catturato dopo vari anni di latitanza, con un viso altero e con il portamento di un capo.

Carmine Schiavone, bacioAnche Carmine si muove e si comporta, malgrado l’età, come un capo; si complimenta con i carabinieri che lo hanno ammanettato e poi, così come è già accaduto in altre occasioni di arresti di giovani assurti a ruoli apicali nei clan, si gira verso la telecamera per farsi riprendere in primo piano e manda un bacio, destinato evidentemente ai tanti che lo guarderanno in tv.
Un atteggiamento tutto sommato infantile che tradisce il ragazzino che c’è ancora dietro quel suo atteggiarsi a tutti i costi a boss e capo.
I giornalisti che spiegano le ragioni dell’arresto e riportano le dichiarazioni giustamente compiaciute dell’ufficiale dei carabinieri che indica in Carmine l’attuale reggente di un clan sempre più simile a quelli napoletani di Scampia, anche essi retti da giovanissimi, rimarcano un drammatico particolare.
Carmine è il quarto figlio di Francesco Schiavone a finire in carcere ed uno di essi, il primo, Nicola, attualmente è imputato quale mandante di un duplice omicidio e rischia una condanna pesantissima. E questa situazione che riguarda il capo dei Casalesi non è affatto una novità nel panorama della malavita organizzata.
Per non andar lontani, si potrebbe ricordare che anche l’altro vertice indiscusso del medesimo sodalizio, Francesco Bidognetti ha tre figli maschi detenuti ed il primo da tempo condannato all’ergastolo.
E in condizioni non dissimili si ripetono nella casistica delle altre organizzazioni criminali; basterebbe pensare, per citarne uno, alla sorte del figlio del “capo dei capi” di Cosa Nostra, Totò Riina, condannato per associazione mafiosa e di recente scarcerato dopo una lunga detenzione.
Nelle mafie che sembrano modernizzarsi, in cui i nuovi adepti dimostrano di sapere investire ingenti somme in borsa o di riciclare i proventi illeciti nelle più moderne tecnologie, continua però a vigere un rigido criterio dinastico, tipico delle tradizionali e vetuste monarchie. Si accede al potere soprattutto per diritto di sangue.

Le mafie su questo aspetto appaiono purtroppo in linea con un costume nazionale tutto incentrato su una logica tipica del familismo amorale, ma questa considerazione sociologica ne schiude inevitabilmente un’altra, ben più amara.
I figli di Schiavone, come quelli di Bidognetti e di tanti altri quasi predestinati al loro ruolo, sono gli interpreti di un copione scontato; cercano il potere e il denaro con le stesse logiche dei genitori e non si fermano nemmeno per un attimo per riflettere che alla fine non ha senso alcuno scalare le gerarchie malavitose, macchiarsi di crimini spesso orrendi, ottenere un momentaneo e fugace rispetto, fondato soprattutto sulla paura, da parte dei propri concittadini, pagando il prezzo identico a quello dei padri, ovvero un futuro senza libertà e senza possibilità alcuna di godersi i frutti dei loro delitti.
A queste saghe familiari, tutt’altro che eroiche, dovrebbero pensare i tanti ragazzi che intravedono nelle mafie una scorciatoia per il denaro; un successo effimero che, però, è capace di portare enormi sofferenze a tante persone, oltre che a se stessi.

“La zona grigia e il silenzio degli onesti” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di giovedì 17 gennaio 2013

Ieri, Il Mattino ha dedicato ben tre pagine al giro di presunte tangenti per fermare i processi nel Tribunale di Napoli, nel quale sarebbero coinvolti cancellieri, avvocati, medici, un poliziotto e dipendenti, in tutto una trentina di persone, indagate e in parte arrestate per associazione a delinquere, corruzione in atti giudiziari, rivelazione del segreto istruttorio ed altri reati contro la pubblica amministrazione.
Secondo la ricostruzione accusatoria – che non significa affatto sentenza di condanna, ma che ha comunque ricevuto l’avallo di un giudice – vi erano alcuni dipendenti delle cancellerie giudiziarie che, in cambio di tariffe fisse e prestabilite in denaro, fornivano notizie sottoposte a segreto di indagine o persino nascondevano fascicoli o atti in essi contenuti perchè non si celebrassero processi, in modo che scattassero prescrizioni o non fossero eseguite pene detentive o abbattimenti di immobili abusivi. Ad usufruire di questi servigi sarebbero stati quattro avvocati che si facevano pagare profumatamente dai loro clienti o imputati che riuscivano ad avere accesso agli uffici per il tramite di immancabili faccendieri.

CorruzioneUno smaliziato lettore potrebbe a questo punto dire, “e allora?”. “Cosa c’è da stupirsi? E’ l’ennesima storia di malaffare in una città che in parte sembra essersi assuefatta alle piccole e grandi illegalità quotidiane e persino alle faide che insanguinano le periferie, fino a digerire un omicidio commesso nel cortile di una scuola materna”.
Non vorrei sembrare ingenuo e mi guarderei bene dal fare una classifica di gravità fra i fatti delinquenziali che la cronaca giornaliera ci propina, ma non si può archiviare questa vicenda fra la ordinaria cronaca nera.
Il malaffare questa volta non è emerso in un qualsiasi ufficio pubblico (che pure andava stigmatizzato), ma in quello che non è retorico definire come il tempio della giustizia ed i correi non sono tossicodipendenti o extracomunitari senza permesso di soggiorno.
Ma professionisti, fra l’altro noti ed affermati, e impiegati che per il loro ruolo avrebbero dovuto rappresentare il presidio della legalità e della giustizia.
Quella coinvolta è un pezzo della classe dirigente che ha abdicato al suo ruolo di rappresentare il tessuto operoso e l’argine alla delinquenza e al malaffare in una città.
E’ quella zona grigia che in altre occasioni si è prestata a riciclare o a reinvestire il denaro dei camorristi o degli usurai in pizzerie, discoteche o imprese edilizie e sanitarie o che ha pianificato a tavolino miliardarie truffe agli enti pubblici o a quelli previdenziali o che ha creato un sistema rodatissimo per aggiustare processi tributari e consentire ad evasori conclamati di farla definitivamente franca; e questo solo per rimembrare alcune delle vicende più eclatanti dell’ultimo periodo.

Contro la diffusione di quello che appare un vero e proprio bacillo pestifero, le pur meritorie ed ormai sempre più diffuse ed approfondite indagini della magistratura rischiano di scoprire alcune delle falle in un vascello che ai più pessimisti sembra già destinato ad affondare. Non saranno mai sufficienti arresti e condanne per uscire da questo buco nero; è, invece, indispensabile l’impegno della parte sana di quella stessa borghesia e classe dirigente che sembra aver rinunciato a reagire, chiudendosi in un supino isolamento, che rischia di apparire connivenza se non complicità.
I cittadini devono aver il coraggio di fare terra bruciata anche sul piano culturale, isolando i disonesti ed i corrotti e gli ordini professionali devono avere il coraggio di esercitare davvero i poteri disciplinari, espellendo le mele marce, senza più logiche perdoniste e corporative.
Un dovere ancor maggiore dovrebbe spettare alla politica che, mai come in questo momento, dovrebbe sentire l’ineludibile imperativo etico di lanciare messaggi inequivocabili della volontà di cambiare e che, invece, fa persino fatica ad adottare un codice etico che risparmi a noi cittadini candidature (e sicure elezioni) di soggetti che in qualunque stato civile sarebbero qualificati come impresentabili.